◇ SOPHIA ARCANA NETWORK ◇
LECTURA · EST. MMXXVI
LINGUE
✦✦✦

Bibliotheca historiae et mysteriorum

Sophia Arcana Lab

EX ARCANIS SAPIENTIA

Fondatore e curatore Domenico Chiaravalloti

STORIA E SAGGIO

I GIGANTI DELL'ANTICA CALABRIA

Cronache dimenticate, sepolture misteriose e testimonianze storiche dal Seicento al Novecento

di Domenico Chiaravalloti ·
I volumi Vecchia Calabria di Norman Douglas e Sulla riva dello Jonio di George Gissing fotografati insieme
“Vecchia Calabria” di Norman Douglas e “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing, due opere dedicate alla Calabria tra Ottocento e Novecento.

Esiste una Calabria che conosciamo attraverso i monumenti, gli scavi archeologici e le testimonianze degli storici. Ne esiste un'altra che affiora dalle pagine ingiallite delle cronache, dai manoscritti dimenticati, dalle lettere private degli studiosi e dai racconti tramandati attraverso i secoli. È in questa seconda Calabria che incontriamo una tradizione particolare: quella degli antichi giganti. Non si tratta soltanto di racconti popolari. A partire dal XVII secolo, alcuni autori calabresi scrissero espressamente di sepolcri attribuiti ai giganti e di ritrovamenti di ossa considerate eccezionalmente grandi. Un medico descrisse in una lettera il presunto rinvenimento di uno scheletro gigantesco, mentre altri studiosi continuarono a menzionare queste scoperte nei secoli successivi. Il centro di questa documentazione è Tiriolo, in provincia di Catanzaro. La presente ricerca intende ricostruire la storia di queste testimonianze, identificare gli uomini che le raccolsero e le tramandarono, confrontare i rispettivi documenti e individuare le questioni rimaste irrisolte. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile distinguere tra un fatto archeologico verificato, una testim

L'antico territorio calabrese ha restituito nel corso dei secoli testimonianze appartenenti a epoche estremamente lontane tra loro. Le testimonianze preistoriche, i centri indigeni, gli insediamenti della Magna Grecia, le comunità brettie e successivamente la presenza romana hanno lasciato tracce archeologiche che spesso tornarono alla luce casualmente, durante lavori agricoli o edilizi. Prima che l'archeologia assumesse le caratteristiche di una disciplina scientifica, il ritrovamento di una tomba monumentale o di ossa particolarmente grandi poteva alimentare interpretazioni molto diverse da quelle attuali. I racconti della mitologia classica, le narrazioni bibliche e le tradizioni locali costituivano gli strumenti culturali attraverso i quali venivano interpretate le testimonianze del passato. Un luogo particolarmente importante per comprendere questo fenomeno è Tiriolo. Situato sull'istmo di Catanzaro, tra i bacini dei fiumi Amato e Corace, il paese occupa una posizione geografica che mette in relazione i versanti tirrenico e ionico della Calabria. La sua lunga storia è testimoniata da numerosi ritrovamenti archeologici. Nel territorio sono stati individuati reperti preistorici e protostorici, testimonianze brettie e materiali romani. Un ritrovamento particolarmente importante è la celebre tavola bronzea contenente il Senatus consultum de Bacchanalibus, documento del 186 a.C. scoperto nel 1640. L'originale si trova oggi a Vienna, mentre una riproduzione è conservata nell'Antiquarium civico di Tiriolo. Tirio Lo Turistica Questo particolare è significativo perché il ritrovamento della tavola bronzea compare anche nella tradizione documentaria relativa ai presunti giganti di Tiriolo. Per ricostruirne le origini dobbiamo risalire agli storici calabresi del Cinquecento. Uno dei primi autori da prendere in considerazione è Gabriele Barrio, nato a Francica nei primi decenni del XVI secolo. Sacerdote ed erudito, Barrio dedicò una parte importante della sua attività intellettuale alla ricostruzione della storia e della geografia della Calabria. Nel 1571 pubblicò a Roma il De antiquitate et situ Calabriae, un'opera articolata in cinque libri che raccoglie descrizioni geografiche, notizie storiche e riferimenti alle principali località calabresi. Il lavoro di Barrio costituisce una delle basi della successiva storiografia regionale. Fu ripreso da diversi autori e, nel Settecento, venne nuovamente pubblicato con annotazioni e integrazioni. Bisogna tuttavia chiarire un elemento: l'esistenza dell'opera di Barrio non costituisce, da sola, una testimonianza sui giganti. Il riferimento specifico alle ossa gigantesche che incontreremo successivamente compare in un'annotazione settecentesca di Tommaso Aceti. Distinguere il testo cinquecentesco dalle aggiunte del suo editore è indispensabile per non attribuire a Barrio affermazioni non ancora verificate nella sua edizione originale. L'opera del 1571 è oggi consultabile digitalmente. Un altro protagonista della storiografia calabrese fu Girolamo Marafioti, religioso originario di Polistena e autore delle Croniche et antichità di Calabria, pubblicate nel 1601. Marafioti raccolse numerose informazioni sulle origini delle città calabresi, confrontando testimonianze degli scrittori greci e latini con le tradizioni e le conoscenze geografiche della propria epoca. La sua opera rappresenta un'importante testimonianza del modo in cui gli studiosi del Rinascimento cercavano di ricostruire le origini delle popolazioni dell'Italia meridionale. Marafioti viene ricordato anche da Giovanni Fiore, che lo considera tra gli autori precedenti da confrontare nella ricostruzione della storia di Tiriolo. Per quanto riguarda i giganti, tuttavia, non è stato possibile verificare nell'edizione consultata un suo racconto diretto di rinvenimenti di scheletri giganteschi nel territorio tiriolese. Pertanto, in questa ricerca, Marafioti viene utilizzato come fonte per la storia della tradizione storiografica calabrese, non come testimone di una specifica scoperta. È possibile consultare l'edizione originale digitalizzata delle sue Croniche et antichità di Calabria del 1601⁠. Il primo documento che offre una testimonianza esplicita e direttamente verificabile sui giganti di Tiriolo appartiene invece a Giovanni Fiore da Cropani. Nato nel 1622 e morto nel 1686, Fiore fu un religioso cappuccino che dedicò una parte considerevole della propria attività allo studio delle vicende storiche della Calabria. La sua opera principale, Della Calabria illustrata, venne pubblicata postuma. Il primo volume apparve a Napoli nel 1691. Si tratta di un lavoro particolarmente interessante perché raccoglie una quantità considerevole di informazioni relative alle antiche popolazioni calabresi, alla fondazione delle città e ai monumenti conosciuti nel Seicento. Nel primo volume, all'interno della descrizione dedicata a Tiriolo, Giovanni Fiore definisce il paese un insediamento di origine antichissima e utilizza, a sostegno di questa affermazione, i ritrovamenti sepolcrali che a suo dire continuavano a verificarsi nel territorio. L'espressione impiegata dallo storico è inequivocabile: egli parla di numerosi sepolcri attribuiti agli antichi giganti che venivano continuamente alla luce. Questa affermazione è presente nel testo originale digitalizzato, precisamente nella parte seconda del primo libro, alla voce dedicata a Tiriolo. Heidelberger Historische Bestände Il riferimento merita un'attenta analisi. Innanzitutto, Fiore utilizza il plurale. Non descrive un unico sepolcro eccezionale, ma fa riferimento a più ritrovamenti. In secondo luogo, colloca tali scoperte in un contesto nel quale emergevano anche antiche strutture murarie e monete. Ciò suggerisce che l'autore stesse raccogliendo informazioni relative a un territorio caratterizzato da numerose testimonianze archeologiche, alcune delle quali erano interpretate come appartenenti a un'antichissima popolazione di giganti. Non conosciamo, attraverso questo passaggio, le dimensioni effettive delle ossa. Fiore non fornisce misurazioni anatomiche, descrizioni dettagliate dei singoli scheletri o informazioni sufficienti a identificare oggi quelle sepolture. Rimane però un documento di notevole valore per la storia della tradizione. L'importanza dell'opera aumenta considerando che Fiore non si limitò alla descrizione di Tiriolo. Nel primo libro della Calabria illustrata, affrontando il problema delle popolazioni che avrebbero abitato la regione prima del Diluvio universale, sostenne l'ipotesi che anche la Calabria fosse stata frequentata dai giganti delle prime età del mondo. Per sviluppare questa ricostruzione, richiamò interpretazioni degli antichi racconti relativi ad Atlantide, della tradizione biblica e di altri autori. Dobbiamo distinguere, quindi, due elementi del suo pensiero: da una parte le notizie sulle sepolture rinvenute a Tiriolo; dall'altra la sua interpretazione delle origini della Calabria, costruita attraverso la cronologia biblica e le tradizioni dell'antichità. È possibile leggere entrambe le parti nell'originale della Calabria illustrata, volume I, edizione del 1691⁠. La trattazione dei giganti prediluviani compare anche nella pagina 64 dell'edizione digitalizzata a Heidelberg⁠. Heidelberger Historische Bestände Queste pagine dimostrano che l'argomento dei giganti non compare incidentalmente nella sua opera: costituisce anche un elemento della ricostruzione che lo storico proponeva delle più remote origini regionali. Per comprendere se tale convinzione avesse origine esclusivamente nella tradizione letteraria oppure fosse alimentata anche dai ritrovamenti, occorre confrontare Fiore con un documento precedente. Questo documento è la corrispondenza attribuita al medico Giovanni Battista Capucci, frequentemente indicato nelle pubblicazioni moderne con la grafia Cappucci. Capucci apparteneva agli ambienti della medicina napoletana del Seicento. La sua presenza tra gli studiosi vicini al filosofo e medico Tommaso Cornelio è documentata anche nel Dizionario Biografico degli Italiani. Secondo le trascrizioni diffuse nella letteratura locale, il 24 giugno 1663 Capucci indirizzò una lettera a Marcello Malpighi nella quale riferiva una notizia proveniente dalla campagna di Tiriolo. Si sarebbe trattato del ritrovamento di un'antichissima sepoltura contenente i resti di un individuo considerato gigantesco. La testimonianza contiene particolari che la distinguono dai semplici racconti popolari. Il medico descrive la presenza di una sostanza scura, apparentemente simile alla pece, che sarebbe stata rinvenuta insieme ai resti. Dichiara inoltre di aver osservato personalmente una piccola quantità di quella sostanza. La notizia più sorprendente riguarda le dimensioni attribuite al defunto: secondo quanto gli era stato riferito, il corpo avrebbe raggiunto quindici palmi di statura. Capucci precisa tuttavia che la misura circolava come voce e che gli era stato promesso un dente appartenente al presunto scheletro. Questo particolare è fondamentale. Il medico non dichiara di aver misurato personalmente lo scheletro. Distingue ciò che ha potuto osservare direttamente, cioè una piccola quantità della sostanza ritrovata, dalle informazioni ricevute riguardo alle ossa. Il passaggio della lettera è riprodotto in alcuni studi divulgativi dedicati alla tradizione dei giganti di Tiriolo, tra cui una ricostruzione pubblicata nel 2026 da Maria Lombardo. Quest'ultima riporta anche i dubbi che circolavano già all'epoca sull'autenticità della scoperta. Asfalantea Il destinatario della lettera, Marcello Malpighi, nato nel 1628 e morto nel 1694, fu uno dei principali protagonisti dello sviluppo dell'anatomia microscopica e della medicina sperimentale europea. Insegnò nelle università di Pisa, Messina e Bologna, occupandosi di anatomia, fisiologia e studio delle strutture microscopiche degli organismi. La sua corrispondenza scientifica costituisce una fonte importante per conoscere la circolazione delle scoperte e delle osservazioni naturalistiche nel Seicento. Non abbiamo però documentazione sufficiente per affermare che Malpighi abbia esaminato direttamente lo scheletro di Tiriolo. Il documento descritto è una lettera che avrebbe ricevuto, non una relazione anatomica redatta da lui. Per completare la verifica filologica è necessario esaminare l'edizione critica della corrispondenza curata da Howard Bernhardt Adelmann, storico della medicina che nel 1975 pubblicò The Correspondence of Marcello Malpighi. Il primo volume, relativo al periodo 1658-1669, è presente nel catalogo della Biblioteca Nazionale Braidense. La consultazione di questa edizione permetterebbe di verificare la trascrizione integrale della lettera, la sua datazione e le eventuali annotazioni editoriali. La specifica lettera del 1663 non è stata verificata direttamente durante questa ricerca; i suoi contenuti sono pertanto riportati sulla base delle trascrizioni secondarie disponibili. Nella vicenda compare anche Tommaso Cornelio, medico, matematico e filosofo nato a Rovito, nei pressi di Cosenza, nel 1614 e morto a Napoli nel 1684. Cornelio fu uno dei protagonisti del rinnovamento scientifico meridionale del Seicento. Studiò medicina a Roma e successivamente insegnò matematica e medicina a Napoli, contribuendo alla diffusione delle nuove correnti filosofiche e scientifiche europee. Nel 1663 pubblicò i Progymnasmata physica, opera che riflette il suo interesse per la ricerca naturalistica. Secondo la lettera attribuita a Capucci, un campione della sostanza recuperata nella sepoltura di Tiriolo sarebbe stato inviato proprio a Cornelio. Questo riferimento rende particolarmente interessante la vicenda, perché collega la notizia proveniente da un piccolo centro calabrese a un ambiente scientifico di primo piano. Tuttavia, non è stata individuata una relazione autografa di Cornelio nella quale egli confermi di aver ricevuto o analizzato il campione. Non è quindi possibile stabilire se l'esame sia stato effettivamente eseguito e con quali risultati. La biografia di Cornelio e i riferimenti alle sue opere sono consultabili nel Dizionario Biografico degli Italiani⁠, mentre la prima edizione dei Progymnasmata physica del 1663⁠ è disponibile in formato digitalizzato. Un altro nome compare nella testimonianza attribuita a Capucci: quello di Giovanni Battista Abati, indicato come persona residente a Catanzaro che avrebbe potuto raccogliere ulteriori informazioni sul ritrovamento. Secondo la trascrizione della lettera, Abati considerava sospetta l'intera vicenda e non volle occuparsene. La sua posizione introduce un elemento importante: già nel Seicento la notizia del ritrovamento suscitava interpretazioni contrastanti. Non abbiamo dunque soltanto un racconto accolto senza riserve, ma la testimonianza di un confronto tra chi desiderava approfondire la scoperta e chi ne dubitava. Non essendo stata individuata una relazione originale di Abati, non possiamo ricostruire con certezza tutte le ragioni della sua posizione. Sarebbe scorretto attribuirgli motivazioni che la documentazione disponibile non permette di dimostrare. Il confronto diventa ancora più interessante quando prendiamo in considerazione la cronaca attribuita a Giovambattista Ursano, sacerdote di Tiriolo. A Ursano viene attribuito un breve manoscritto intitolato Breve descrizione della terra di Tiriolo. Secondo le ricostruzioni locali, il manoscritto comprendeva otto pagine e riportava informazioni sulle antichità rinvenute nel paese. Le notizie relative alla sua datazione non sono concordi: alcune pubblicazioni indicano il 1668, altre il 1688. Nelle trascrizioni moderne, Ursano riferisce che durante lavori per la costruzione di un palazzo della famiglia Cigala sarebbero stati rinvenuti numerosi oggetti metallici, armi, un grande sepolcro e un cranio umano descritto come smisurato. La testimonianza viene frequentemente collegata alla scoperta della tavola bronzea dei Baccanali. Occorre però prestare attenzione alla cronologia. Le ricostruzioni riportano talvolta il 1640 e talvolta il 1660, mentre per il ritrovamento della tavola bronzea è generalmente indicato il 1640. Inoltre, l'originale del manoscritto attribuito a Ursano non è attualmente disponibile per un confronto diretto. Il racconto, dunque, deve essere considerato una testimonianza indiretta fino a quando non sarà possibile individuare una copia antica e verificarne autenticità, datazione e contenuto. Esiste però un elemento indipendente che rende particolarmente interessante la tradizione relativa a questo manoscritto. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage, nato nel 1803 e morto nel 1878, visitò l'Italia meridionale durante la prima metà dell'Ottocento, raccogliendo osservazioni sui luoghi, sui monumenti e sulle tradizioni della popolazione. Nel suo resoconto, pubblicato nel 1868 con il titolo The Nooks and By-Ways of Italy, descrive una visita a Tiriolo. Ramage racconta che, mentre si trovava in una locanda, un gentiluomo gli mostrò un manoscritto contenente una storia del paese e una descrizione particolareggiata delle antichità che erano state scoperte nei dintorni. Precisa che l'opera era stata scritta da un ecclesiastico del luogo. È una testimonianza importante dell'esistenza, nell'Ottocento, di almeno un manoscritto locale dedicato alle antichità di Tiriolo. Ramage, però, nel passaggio individuato non indica il nome dell'autore e non identifica espressamente il manoscritto con quello di Ursano. L'identificazione rimane pertanto un'ipotesi sostenuta dalla tradizione storiografica locale, non una certezza derivante dalle parole del viaggiatore. La testimonianza può essere verificata direttamente nell'edizione originale di The Nooks and By-Ways of Italy, pagina 136⁠. Antica Biblioteca Corigliano Rossano La ricerca sulle cronache seicentesche non termina con Giovanni Fiore e Giovambattista Ursano. Nel 1725 fu pubblicata a Napoli la Pantopologia Calabra di Elia d'Amato, religioso e studioso delle antichità della regione. L'opera è una vasta raccolta in latino di informazioni relative ai luoghi, ai personaggi e alle memorie storiche della Calabria. Nella tradizione bibliografica dedicata ai giganti di Tiriolo viene riportata una frase attribuita a d'Amato nella quale il paese viene descritto come celebre, oltre che per la propria antichità, per i resti di giganti rinvenuti dai contadini. Se correttamente trascritto e riferito a Tiriolo, il passaggio costituisce una testimonianza importante della persistenza settecentesca di questa tradizione. Il testo originale della Pantopologia Calabra è consultabile gratuitamente nella digitalizzazione dell'edizione napoletana del 1725. La specifica frase, tuttavia, è stata individuata nelle riproduzioni successive e necessita ancora di un controllo diretto della pagina originale. È importante sottolineare che la presenza di più autori non dimostra automaticamente l'esistenza di più ritrovamenti indipendenti. Uno storico poteva conoscere l'opera del proprio predecessore, riprenderne informazioni oppure raccogliere notizie provenienti dalla medesima tradizione orale. Per questa ragione, Fiore, Ursano e d'Amato devono essere confrontati anche sotto il profilo della dipendenza delle fonti. Un ulteriore passaggio compare nell'edizione del 1737 del De antiquitate et situ Calabriae, curata da Tommaso Aceti. Aceti, studioso cosentino successivamente nominato vescovo di Lacedonia, recuperò un esemplare dell'opera di Gabriele Barrio corretto e annotato dall'autore. Pubblicò una nuova edizione, inserendo anche proprie osservazioni e altre annotazioni di carattere storico. Nella letteratura successiva dedicata ai giganti di Tiriolo viene citata un'annotazione di Aceti che farebbe riferimento al ritrovamento di monumenti e ossa gigantesche tra le rovine. Per stabilire l'esatta portata della testimonianza è necessario verificare nel volume originale sia la collocazione del passaggio sia il soggetto geografico al quale si riferisce. La ristampa del 1737 con le annotazioni di Tommaso Aceti⁠ è oggi consultabile digitalmente. La storia editoriale di quest'opera è ricostruita anche nel Dizionario Biografico degli Italiani, alla voce Gabriele Barri⁠. Sul finire del Settecento incontriamo un'altra testimonianza, questa volta relativa alle antiche sepolture, senza un riferimento esplicito ai giganti. Nel 1796 Francesco Sacco, abate e autore del Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, descrive Tiriolo come una località di origine antichissima. Secondo il passaggio riportato dalla letteratura successiva, Sacco collega questa antichità ai numerosi sepolcri che continuavano a emergere nel territorio. La differenza rispetto a Fiore è significativa. Sacco parla di antiche sepolture, ma nella frase citata non le identifica come sepolcri di giganti. Il suo contributo riguarda dunque la continuità dei ritrovamenti archeologici segnalati nella zona, non la conferma delle dimensioni eccezionali attribuite ai resti umani. Il quarto volume del suo Dizionario geografico-istorico-fisico del Regno di Napoli, edizione del 1796⁠ è disponibile gratuitamente. All'inizio dell'Ottocento l'interesse degli studiosi e dei viaggiatori stranieri per la Calabria contribuì alla diffusione europea delle conoscenze relative al suo patrimonio archeologico. La già ricordata testimonianza di Craufurd Tait Ramage dimostra che Tiriolo era conosciuta anche per la presenza di antichi reperti e per l'attività degli eruditi locali. Nel corso dell'Ottocento, tuttavia, la conoscenza archeologica cominciò progressivamente a fondarsi su metodi differenti rispetto a quelli degli storici seicenteschi. Il ritrovamento di oggetti, iscrizioni e sepolture veniva sempre più frequentemente registrato attraverso pubblicazioni specialistiche. Una testimonianza di questa trasformazione è rappresentata dai lavori relativi ai ritrovamenti archeologici di Tiriolo pubblicati nelle Notizie degli scavi di antichità negli anni 1882 e 1883. La documentazione relativa a queste scoperte viene ricordata anche nei successivi repertori archeologici dedicati al territorio. Non si tratta di pubblicazioni che dimostrino l'esistenza dei giganti, ma di documenti utili per ricostruire le effettive caratteristiche archeologiche dell'area. Un'ulteriore testimonianza letteraria è quella di George Gissing, scrittore inglese nato nel 1857 e morto nel 1903. Nel 1897 Gissing intraprese un viaggio nell'Italia meridionale, le cui impressioni confluirono nel libro By the Ionian Sea, pubblicato nel 1901 e successivamente tradotto in italiano con il titolo Sulla riva dello Jonio. Durante il soggiorno a Catanzaro, Gissing visitò il museo situato nei giardini pubblici. Nel tredicesimo capitolo descrive la presenza di una collezione di monete antiche, ceramiche greche e armi provenienti da Tiriolo. Il resoconto dimostra che alla fine dell'Ottocento i reperti tiriolesi erano già conosciuti e conservati in una raccolta museale. Non contiene però una testimonianza diretta relativa a scheletri giganteschi. Il suo valore per questa indagine è pertanto circoscritto alla documentazione del contesto archeologico. L'intero libro è disponibile gratuitamente nell'originale inglese: George Gissing, By the Ionian Sea, capitolo XIII⁠. Project Gutenberg Pochi anni dopo la pubblicazione dell'opera di Gissing, un altro autore britannico avrebbe ricordato esplicitamente i giganti di Tiriolo. Norman Douglas, nato nel 1868 e morto nel 1952, fu uno scrittore e viaggiatore che dedicò una parte importante della propria produzione letteraria all'Italia meridionale. Nel 1915 pubblicò Old Calabria, conosciuto in italiano come Vecchia Calabria. L'opera raccoglie osservazioni geografiche, storiche, archeologiche e antropologiche ricavate dai suoi viaggi. Durante il ritorno a Tiriolo, Douglas ricorda che il paese era stato un tempo celebre per le tombe chiamate Sepulchres of the Giants. L'autore aggiunge immediatamente una spiegazione tra parentesi: le identifica come tombe greche. Il passaggio è breve, ma contiene un'informazione significativa: all'inizio del Novecento la denominazione di sepolcri dei giganti era ancora sufficientemente conosciuta da essere ricordata da un viaggiatore straniero. Non sappiamo se Douglas avesse appreso quella definizione dagli abitanti del paese, dalla lettura degli storici precedenti oppure da entrambe le fonti. Sappiamo, invece, che egli non presenta quelle sepolture come la dimostrazione dell'esistenza di uomini giganteschi. La sua testimonianza documenta la sopravvivenza della tradizione e, contemporaneamente, la presenza di un'interpretazione archeologica alternativa. Il brano è consultabile direttamente nell'edizione originale di Old Calabria del 1915⁠. Project Gutenberg La documentazione raccolta fino a questo punto permette di riconoscere un fenomeno storico: fra il Seicento e il Novecento, Tiriolo venne ripetutamente associata ad antiche sepolture che una parte della tradizione identificava con quelle dei giganti. Esistono, tuttavia, difficoltà che non possono essere ignorate. Nessuno dei documenti esaminati finora permette di identificare con certezza un determinato scheletro, conoscere le sue misure anatomiche e collegarlo materialmente a uno dei ritrovamenti descritti. La disponibilità delle fonti scritte è quindi molto superiore a quella dei reperti verificabili. Questo problema ricompare in maniera particolarmente evidente nelle testimonianze novecentesche relative alla valle del Corace. Una delle vicende più interessanti riguarda i ritrovamenti segnalati nel territorio di San Floro, comune situato sul versante opposto rispetto a Tiriolo. È indispensabile precisare la localizzazione, perché alcune ricostruzioni divulgative confondono i ritrovamenti di San Floro con quelli di Tiriolo, sovrapponendo avvenimenti separati da diversi secoli. Un testimone fondamentale di questa vicenda fu Domenico Paravati, giornalista originario di San Floro, successivamente attivo anche presso la RAI e autore di pubblicazioni dedicate alla storia del proprio paese. Secondo una testimonianza pubblicata in un articolo dedicato alle misteriose tombe calabresi e integrata da un intervento dello stesso Paravati, nell'aprile del 1961 egli partecipò a un sopralluogo nella contrada Tozzina. Il proprietario di alcuni terreni, Emilio Prioglio, gli aveva riferito del rinvenimento di antiche sepolture contenenti resti umani considerati particolarmente grandi. Prioglio avrebbe osservato una tibia di lunghezza apparentemente eccezionale, confrontandola con le proprie dimensioni corporee. Durante un successivo sopralluogo, Paravati racconta di aver recuperato personalmente un cranio completo di mascelle e dentatura. Il giornalista precisa, però, un elemento decisivo: l'utilizzo del termine giganti aveva soprattutto una funzione giornalistica. Nella sua testimonianza egli parla di resti imponenti, senza sostenere di aver dimostrato l'esistenza di una popolazione gigantesca. Questo chiarimento, proveniente dallo stesso testimone, deve essere considerato parte integrante della documentazione storica. Paravati riferisce inoltre di aver segnalato il ritrovamento alla Soprintendenza alle Antichità di Reggio Calabria. Indica due riferimenti archivistici particolarmente importanti: il protocollo numero 1516 del 31 luglio 1961 e il protocollo numero 241 del 5 febbraio 1962. Sono dati che, qualora trovassero riscontro negli archivi originali, permetterebbero di ricostruire la documentazione amministrativa della vicenda. I nomi menzionati sono quelli di Alfonso De Franciscis e del successivo soprintendente Giuseppe Foti. La successione fra i due studiosi risulta documentata anche dalla letteratura archeologica: Foti subentrò a De Franciscis nel 1961. Il ritrovamento di San Floro potrebbe quindi essere indagato attraverso documenti identificabili, senza dipendere esclusivamente dalla memoria orale. Il racconto di Paravati comprende anche il trasferimento delle mascelle verso diversi istituti di ricerca, tramite lo studioso Dario Leone, con successivi passaggi che avrebbero coinvolto l'Istituto Italiano di Paleontologia Umana e un istituto antropologico fiorentino. Nella ricostruzione compare anche il cognome dell'archeologo Santo Tiné, che lavorò presso la Soprintendenza calabrese negli anni Sessanta. Le informazioni biografiche disponibili indicano tuttavia il suo trasferimento in Calabria nel 1962: la cronologia esatta dei passaggi descritti da Paravati richiede quindi un controllo archivistico. Altri nomi, fra i quali quelli di un medico locale di cognome Ferrari e di una studiosa indicata come professoressa Massari, compaiono nelle ricostruzioni successive. Non è però possibile identificarli in modo sufficientemente sicuro attraverso le sole informazioni disponibili. Attribuire loro nomi di battesimo senza una verifica documentaria sarebbe arbitrario. Domenico Paravati tornò sulla storia antica del proprio paese anche attraverso l'attività editoriale locale. Insieme a Feliciano Paravati pubblicò nel 2003 Ciao San Floro, Ciao Calabria, opera che comprende contributi dedicati alla storia e al patrimonio del territorio. L'esistenza del volume è documentata bibliograficamente, ma per utilizzare integralmente i capitoli relativi alle sepolture sarà necessario consultarne una copia. Laradice Un'altra vicenda, distinta da quella di San Floro, viene collocata nel dicembre 1967, questa volta nuovamente a Tiriolo. Secondo alcune ricostruzioni locali, durante lavori stradali in località Imbarro, lungo il percorso diretto verso le campagne di Corbizzano, alcuni operai avrebbero rinvenuto una cavità sotterranea contenente uno scheletro di proporzioni superiori alla norma. Il racconto comprende un particolare insolito: una delle gambe sarebbe stata circondata da una catena di ferro. Fra i testimoni vengono nominati Antonio Grande, Domenico Corapi, Leopoldo Martino e Antonio Puccio. La vicenda sarebbe stata resa pubblica anche dall'allora sindaco Tommaso Paone. La notizia compare nella letteratura divulgativa dedicata ai giganti di Tiriolo, ma non è stato possibile individuare la relazione comunale originale, una documentazione fotografica autenticata o una pubblicazione archeologica contenente l'analisi dei presunti resti. Occorre pertanto considerarla una testimonianza da verificare, non una scoperta scientificamente accertata. Asfalantea Un ulteriore autore che merita attenzione è Luigi Marsico, autore del volume Catanzaro nella storia, pubblicato dall'editore Giuditta nel 1973. Alcune pubblicazioni divulgative successive collegano proprio a quest'opera la ricostruzione delle vicende relative agli scheletri dei giganti di Tiriolo. Il volume è bibliograficamente identificabile, ma non è stata individuata un'edizione integrale liberamente consultabile che permetta di verificare le pagine esatte e distinguere le ricerche originali di Marsico dalle informazioni riprese dagli autori precedenti. La sua consultazione rimane quindi necessaria per completare la storia novecentesca della questione. www.unilibro.it A questo punto della ricerca emerge un interrogativo: quali elementi materiali potrebbero aver contribuito alla nascita e alla persistenza della tradizione? Per affrontarlo dobbiamo tornare ai ritrovamenti archeologici effettivamente documentati. Nel 2008, durante lavori edilizi in località Castaneto, nel territorio di Tiriolo, venne individuata una necropoli. Fra le sepolture si trovava un'importante tomba monumentale brettia, databile tra il IV e il III secolo a.C. La struttura, successivamente ricomposta nell'Antiquarium civico, presenta dimensioni di circa 2,70 per 4 metri ed è realizzata con blocchi di calcare locale. All'interno erano presenti resti umani appartenenti a diverse deposizioni, oltre a elementi del corredo funerario. L'importanza del ritrovamento è archeologicamente documentata. Non esiste però alcuna ragione per identificare automaticamente questa tomba con quelle descritte da Giovanni Fiore. Le dimensioni monumentali di una sepoltura possono dipendere dal prestigio del defunto, dalle consuetudini funerarie e dalla presenza di deposizioni multiple. Non dimostrano che l'individuo sepolto fosse un gigante. La tomba di Castaneto resta comunque un esempio concreto della ricchezza archeologica del territorio e permette di comprendere perché le antiche sepolture tiriolesi abbiano attirato per secoli l'attenzione di storici e viaggiatori. Tirio Lo Turistica Esiste infine un altro elemento interpretativo che deve essere considerato: la possibilità che, in determinate circostanze, ossa appartenenti a grandi animali fossili siano state identificate come resti di esseri umani giganteschi. Il problema è stato affrontato scientificamente da Marco Romano e Marco Avanzini, autori dello studio The skeletons of Cyclops and Lestrigons: misinterpretation of Quaternary vertebrates as remains of the mythological giants. Pubblicato online nel 2017 sulla rivista scientifica Historical Biology, lo studio ricostruisce diversi casi nei quali antichi ritrovamenti di grandi vertebrati vennero interpretati come resti di giganti mitologici. I due ricercatori documentano come l'evoluzione dell'anatomia comparata abbia permesso progressivamente di distinguere le ossa umane da quelle di grandi mammiferi fossili. Il loro lavoro non dimostra che i reperti descritti nelle cronache di Tiriolo appartenessero ad animali. Fornisce piuttosto un'ipotesi interpretativa storicamente documentata che dovrebbe essere presa in considerazione qualora venissero recuperate le ossa attribuite ai presunti giganti calabresi. Lo studio è identificabile attraverso il suo titolo, gli autori e il codice DOI ed è consultabile attraverso la scheda dell'archivio scientifico dell'Università La Sapienza di Roma⁠ Iris Le testimonianze raccolte consentono dunque di individuare almeno tre diversi livelli della questione. Il primo riguarda l'esistenza di una tradizione storica documentata: già nel Seicento Giovanni Fiore attribuiva alcune sepolture di Tiriolo agli antichi giganti, e la denominazione era ancora ricordata da Norman Douglas all'inizio del Novecento. Il secondo riguarda il racconto di specifici ritrovamenti. La lettera attribuita a Giovanni Battista Capucci contiene dettagli relativi a una sepoltura e a un materiale che il medico dichiara di aver osservato. Il manoscritto attribuito a Giovambattista Ursano conserva, nelle trascrizioni successive, un racconto apparentemente collegato a un'altra scoperta. Le testimonianze novecentesche di San Floro e Tiriolo introducono ulteriori notizie che richiedono controlli archivistici. Il terzo livello è quello archeologico e antropologico. Sebbene siano documentati numerosi ritrovamenti di tombe antiche, allo stato delle fonti consultate non disponiamo di uno scheletro identificabile, misurazioni anatomiche pubblicate e analisi scientifiche sufficienti a dimostrare l'esistenza di un'antica popolazione calabrese caratterizzata da dimensioni corporee gigantesche. Questi tre livelli non devono essere confusi. La persistenza di una tradizione non dimostra necessariamente la realtà materiale del fenomeno che essa descrive. Allo stesso modo, l'assenza attuale di un reperto identificabile non impedisce di studiare seriamente la storia delle testimonianze e di cercare eventuali documenti ancora conservati negli archivi. L'aspetto più interessante dell'indagine è proprio la successione di autori che, attraverso epoche e metodi differenti, hanno contribuito alla costruzione e alla conservazione di questa particolare memoria calabrese. Dalle pagine di Giovanni Fiore alla corrispondenza scientifica attribuita a Giovanni Battista Capucci, dalle compilazioni settecentesche ai resoconti dei viaggiatori stranieri, fino alle testimonianze novecentesche, il racconto dei giganti continua a riemergere. Non possiamo stabilire che tutte queste fonti descrivano i medesimi ritrovamenti. Potrebbero riferirsi a scoperte differenti, riprendere racconti precedenti oppure tramandare interpretazioni successivamente trasformate. Possiamo però individuare un percorso concreto per proseguire la ricerca. La verifica dell'epistolario di Marcello Malpighi, il recupero del manoscritto attribuito a Giovambattista Ursano, il controllo delle annotazioni originali di Tommaso Aceti e l'esame dei documenti archivistici relativi ai ritrovamenti del Novecento costituiscono passaggi fondamentali. Particolarmente importante sarebbe anche individuare l'eventuale documentazione antropologica riguardante i resti recuperati a San Floro nel 1961. Qualora questi reperti fossero ancora conservati presso un'istituzione scientifica, un loro esame permetterebbe finalmente di confrontare le testimonianze con dati anatomici oggettivi. La vicenda dei giganti dell'antica Calabria rappresenta pertanto una questione storica ancora meritevole di approfondimento, nella quale testimonianze scritte, memoria locale e archeologia si incontrano. La ricerca non permette, al momento, di confermare l'esistenza di una popolazione gigantesca. Dimostra però che l'idea dei giganti era parte della cultura storica calabrese almeno dal Seicento e che si mantenne riconoscibile per diversi secoli. Il compito dello storico consiste ora nel ricostruire le origini di questa tradizione, identificare i ritrovamenti ai quali gli autori facevano riferimento e verificare quali testimonianze possano essere ancora confermate attraverso documenti originali. È in questo spazio, tra ciò che è stato scritto, ciò che è stato effettivamente ritrovato e ciò che rimane da verificare, che prosegue l'indagine sui giganti dell'antica Calabria.