STORIA E SAGGIO
Il Culto del Cargo
La chiave segreta degli antichi misteri

Il culto del cargo nacque soprattutto in Melanesia quando alcune popolazioni indigene entrarono in contatto con la tecnologia e l’organizzazione militare occidentale. Aeroplani, radio, uniformi e merci furono interpretati attraverso categorie religiose: i soldati divennero messaggeri, le piste luoghi sacri e il “cargo” un dono proveniente dagli antenati. Movimenti come quelli di Vailala e John Frum mostrano così come un evento storico possa trasformarsi rapidamente in mito, rito e promessa di ritorno. Questo fenomeno potrebbe rappresentare una chiave interpretativa degli antichi misteri: dietro alcuni racconti di dèi civilizzatori, carri celesti e conoscenze donate agli uomini potrebbe conservarsi il ricordo deformato di avvenimenti reali. Il culto del cargo non dimostra che gli dèi antichi fossero esseri tecnologicamente avanzati, ma rivela il meccanismo attraverso cui l’incomprensibile diventa sacro. In senso iniziatico, il vero “cargo” non è l’oggetto ricevuto, ma la conoscenza nascosta che permette di produrlo.
Immaginiamo, per un momento, di appartenere a una comunità rimasta per secoli ai margini della civiltà industriale. Il cielo è il regno degli spiriti e degli antenati. Il mare rappresenta il confine oltre il quale si estende l’ignoto. Poi, improvvisamente, quel cielo viene attraversato da giganteschi uccelli metallici. Dal loro ventre scendono uomini vestiti in modo insolito, capaci di comunicare a distanza, illuminare la notte, guarire malattie, spostare enormi pesi e far giungere dal nulla casse contenenti cibo, medicine, armi, utensili e oggetti mai visti prima. Quegli uomini costruiscono piste, innalzano torri, accendono fuochi, pronunciano parole attraverso apparecchi misteriosi. Dopo poco tempo, altri uccelli metallici arrivano carichi di beni. Per chi conosce la tecnologia, la spiegazione è semplice: aviazione, radio, logistica, industria, organizzazione militare. Per chi ignora l’esistenza delle fabbriche, delle rotte commerciali e delle comunicazioni radio, ciò che accade possiede inevitabilmente una natura soprannaturale. Gli stranieri non sembrano fabbricare nulla, eppure ricevono ogni cosa dal cielo. Poi, un giorno, se ne vanno. Restano le piste abbandonate, alcuni oggetti, i ricordi e una domanda: quale rito permetteva loro di richiamare il “cargo”? Da questa domanda nacque uno dei fenomeni religiosi più affascinanti dell’età contemporanea. Un evento storico sufficientemente recente da essere osservato, fotografato e studiato, ma nello stesso tempo così straordinario da offrirci una possibile chiave interpretativa per comprendere la nascita di miti, culti e religioni dell’antichità. Che cosa fu realmente il “culto del cargo” Con l’espressione cargo cult non si indica una singola religione, ma un insieme eterogeneo di movimenti profetici, millenaristici, sociali e politici comparsi soprattutto in Melanesia tra la fine del XIX e il XX secolo. Il termine apparve pubblicamente nel novembre del 1945 sulla rivista coloniale Pacific Islands Monthly, in un articolo di Norris Mervyn Bird. La definizione possedeva inizialmente una connotazione dispregiativa: presentava le popolazioni melanesiane come vittime di superstizioni irrazionali. Furono poi antropologi come Lucy Mair e Herbert Ian Hogbin a introdurla nel linguaggio accademico. Oggi molti studiosi usano questa espressione con prudenza, perché rischia di ridurre movimenti complessi a una caricatura: quella di uomini ingenui convinti che bastasse costruire un aeroplano di legno per ricevere beni dal cielo. L’antropologo Lamont Lindstrom ha mostrato come dietro il “cargo” non vi fosse soltanto il desiderio di possedere oggetti occidentali. Esso poteva rappresentare anche giustizia, dignità, liberazione dal dominio coloniale, restaurazione delle tradizioni e accesso ai segreti del potere. Il cargo era materia, ma anche salvezza; ricchezza, ma anche riconoscimento. Era la manifestazione visibile di un ordine invisibile dal quale gli indigeni si sentivano esclusi. Lindstrom, Cargo Cults, Open Encyclopedia of Anthropology Per comprenderne la nascita dobbiamo ricordare l’enorme squilibrio esistente nelle colonie del Pacifico. Gli europei predicavano l’uguaglianza degli uomini davanti a Dio, ma amministravano società fondate sulla disuguaglianza. I missionari parlavano di una provvidenza divina concessa a tutti, mentre armi, navi, medicine e ricchezze sembravano appartenere esclusivamente ai colonizzatori. Nella mente di alcune comunità sorse quindi un dubbio: e se quei beni fossero stati destinati dagli antenati a tutti gli uomini, ma intercettati e sottratti dai bianchi? E se i colonizzatori conoscessero un segreto rituale mediante il quale comunicare con gli spiriti e ottenere il cargo? Il culto del cargo nacque anche come risposta religiosa a un’ingiustizia storica. La “follia di Vailala” e il piroscafo degli antenati Uno dei primi casi documentati fu quello della cosiddetta Vailala Madness, sviluppatasi dal 1919 nella regione del Golfo di Papua. Il nome, “follia di Vailala”, venne imposto dagli amministratori coloniali per descrivere manifestazioni estatiche, tremori, danze e forme di glossolalia. Nel 1922 il movimento fu studiato dall’antropologo governativo australiano Francis Edgar Williams, che pubblicò nel 1923 The Vailala Madness and the Destruction of Native Ceremonies. Secondo le profezie, gli antenati sarebbero ritornati a bordo di un “piroscafo fantasma”, portando con sé merci, utensili, cibo e, in alcune versioni, armi con cui liberarsi dai dominatori. Gli adepti celebravano danze estatiche, imitavano cerimonie europee, disponevano tavoli ornati di fiori e riproducevano parate e comportamenti osservati presso i colonizzatori. Non si trattava semplicemente di imitazione. Il gesto europeo veniva separato dal suo contesto tecnico e trasformato in rito. Il tavolo non era più soltanto un tavolo, ma un altare. La marcia non era più addestramento militare, ma processione. La nave non era un mezzo costruito in un cantiere, ma il veicolo degli antenati. Il ritorno dei morti e l’arrivo delle merci coincidevano nella stessa promessa di restaurazione del mondo. Williams osservò il fenomeno con gli strumenti e i pregiudizi della sua epoca, ma il suo rapporto costituisce una testimonianza fondamentale. National Archives of Australia, Francis Edgar Williams, anthropologist of Papua Già in questo primo caso compare la struttura essenziale del mito religioso: un mondo originariamente giusto è stato corrotto; un potere straniero ha sottratto agli uomini ciò che spettava loro; gli antenati torneranno; un rito correttamente eseguito ristabilirà l’ordine perduto. La Seconda guerra mondiale: l’irruzione dell’impossibile Fu però la Seconda guerra mondiale a trasformare radicalmente l’immaginario delle popolazioni del Pacifico. Americani, australiani e giapponesi costruirono in tempi rapidissimi porti, piste d’atterraggio, ospedali, magazzini e stazioni radio. Quantità immense di materiali arrivavano via mare e dal cielo. Per molte comunità locali fu il primo incontro diretto con la potenza della civiltà industriale. L’aspetto più sconvolgente non era soltanto la tecnologia, ma la sua apparente gratuità. I soldati svolgevano azioni precise: indossavano uniformi, alzavano bandiere, marciavano, accendevano luci lungo le piste, parlavano dentro scatole e scrivevano segni su fogli. Subito dopo arrivavano navi e aeroplani carichi di merci. Chi ignorava l’intera catena produttiva poteva ragionevolmente attribuire un rapporto causale alle sole azioni visibili. La fabbrica lontana, l’economia, la burocrazia e la logistica rimanevano invisibili. Visibile era soltanto il rito. Questa dinamica è essenziale: quando la causa reale non è conosciuta, la mente umana costruisce una relazione simbolica tra ciò che vede e ciò che accade. La torre di controllo diviene tempio. L’operatore radio diviene sacerdote. Il pilota diviene messaggero celeste. L’aeroplano diviene veicolo divino. Il carico diviene grazia proveniente dall’alto. John Frum: il messia venuto da lontano Il movimento più conosciuto nacque sull’isola di Tanna, nell’attuale Vanuatu, allora denominato Nuove Ebridi. La figura misteriosa di John Frum, chiamato anche Jon Frumm o John Broom, apparve nelle narrazioni locali già alla fine degli anni Trenta, dunque prima dell’arrivo massiccio delle forze americane. Questo dato è importante: il movimento non fu creato dal nulla dalla guerra, ma la guerra fornì immagini, simboli e conferme a un’attesa già esistente. John Frum veniva descritto ora come spirito, ora come uomo, ora come messaggero proveniente da un paese lontano. Avrebbe promesso la partenza dei missionari e dei colonizzatori, il ritorno alle terre ancestrali e la restaurazione del kastom, cioè dell’insieme delle consuetudini tradizionali di Tanna: danze, rituali, uso cerimoniale della kava e autorità dei capi locali. Le autorità coloniali tentarono di reprimere il movimento, arrestando ed esiliando alcuni dei suoi seguaci. Ma durante la guerra molti abitanti di Vanuatu lavorarono al fianco degli americani e videro con i propri occhi uomini di diversa origine collaborare, ricevere salari, utilizzare macchinari e avere accesso a beni prima riservati ai coloni. L’esperienza americana assunse così il significato di una rivelazione. Dimostrava che l’ordine coloniale non era eterno e che un altro mondo era possibile. Dopo la partenza delle truppe, bandiere statunitensi, uniformi, croci rosse, parate e simulacri di armi entrarono nel linguaggio rituale. Il 15 febbraio divenne il giorno consacrato all’attesa di John Frum. Ancora nel XXI secolo, a Tanna sono state documentate celebrazioni con marce, bandiere e uomini recanti sul corpo le lettere “USA”. Paul Raffaele, In John They Trust, Smithsonian Magazine John Frum non deve però essere interpretato soltanto come un “soldato americano trasformato in dio”. Egli è una figura composita: spirito ancestrale, profeta anticoloniale, messia del ritorno, custode della tradizione e personificazione di una potenza proveniente da oltre l’orizzonte. La sua forza deriva proprio dall’indeterminatezza. Ogni generazione può riconoscere in lui ciò di cui ha bisogno. Yali Singina e Paliau Maloat: profeti o riformatori? Nel distretto di Madang, in Nuova Guinea, emerse la figura di Yali Singina. Durante la guerra Yali aveva collaborato con le forze australiane e aveva osservato direttamente l’organizzazione militare occidentale. Tornato nella propria terra, promosse cooperazione, disciplina e sviluppo economico. Il suo movimento fu studiato dall’antropologo Peter Lawrence, autore nel 1964 di Road Belong Cargo. Lawrence mostrò come la ricerca del cargo non fosse separabile dalla religione tradizionale, dal culto degli antenati e dal tentativo di comprendere il segreto della potenza occidentale. Nelle isole dell’Ammiragliato operò invece Paliau Maloat (1907-1991), fondatore di un movimento politico e religioso che proponeva una “Nuova Via”. Paliau cercò di superare rivalità tribali, riorganizzare i villaggi e preparare il popolo di Manus al nuovo mondo seguito alla guerra. Fu osservato da Margaret Mead, Theodore Schwartz e Lenora Shargo Schwartz. Definire Yali e Paliau semplicemente “capi di culti del cargo” sarebbe riduttivo. Furono mediatori tra mondi, riformatori e interpreti di una frattura storica. Paliau divenne anche un importante uomo politico della Papua Nuova Guinea. Library of Congress, Margaret Mead: Return to Manus Le loro vicende dimostrano che il cargo non riguardava soltanto gli oggetti. La vera domanda era: quale conoscenza rende potenti gli stranieri? Quale disciplina permette loro di costruire, comunicare e governare? E perché tale conoscenza viene nascosta? Dall’avvenimento al mito Il culto del cargo permette di osservare quasi in presa diretta la trasformazione di un evento storico in tradizione religiosa. Il processo può essere ricostruito attraverso alcune fasi ricorrenti. 1. L’irruzione Una comunità incontra qualcosa che supera le proprie categorie: aeroplani, radio, medicine, armi, navi e uniformi. L’avvenimento produce stupore e una crisi dell’ordine conosciuto. 2. L’interpretazione La novità viene spiegata attraverso il linguaggio culturale disponibile. Gli aeroplani sono associati agli esseri celesti; il cargo agli antenati; la radio alla comunicazione con il mondo invisibile. 3. Il mediatore Compare un profeta capace di tradurre l’evento: John Frum, Yali Singina, Paliau Maloat o un altro capo carismatico. Egli diviene il ponte tra la comunità e la potenza sconosciuta. 4. Il rito Le azioni osservate vengono ripetute: marce, bandiere, torri, piste, tavoli, formule e cerimonie. La tecnica non compresa diviene liturgia. 5. La promessa Il ritorno del cargo viene collocato nel futuro. Nasce un’attesa messianica: gli antenati ritorneranno, gli stranieri benevoli torneranno, i dominatori partiranno e l’ordine originario sarà restaurato. 6. La trasmissione I testimoni muoiono, ma restano narrazioni, simboli e oggetti. I figli non hanno visto l’avvenimento iniziale; conoscono soltanto il racconto ritualizzato. 7. La sacralizzazione Con il trascorrere del tempo, la memoria storica si separa dall’evento reale. La pista diventa luogo sacro, la bandiera reliquia, il soldato messia, l’attesa dottrina. È questo passaggio — dall’esperienza al racconto, dal racconto al rito e dal rito al mistero — che rende il culto del cargo una possibile chiave di volta per lo studio delle religioni antiche. Il confronto con gli antichi misteri Non sarebbe corretto sostenere che i culti di Eleusi, di Iside, di Osiride, di Dioniso o di Mithra fossero antichi culti del cargo. Le differenze storiche, sociali e religiose sono enormi. Esiste però una sorprendente analogia nel modo in cui l’essere umano costruisce e conserva il sacro. I Misteri di Eleusi erano fondati sul mito di Demetra e Persefone. Gli iniziati percorrevano una via rituale, entravano nel Telesterion e partecipavano a un’esperienza che non poteva essere rivelata ai non iniziati. Il mito raccontava una perdita, una discesa nel mondo sotterraneo, un ritorno e la restaurazione della fertilità. L’iniziazione permetteva di rivivere quell’avvenimento originario e di trasformarlo in esperienza personale. Metropolitan Museum of Art, Mystery Cults in the Greek and Roman World Nei misteri antichi non era sufficiente ascoltare una dottrina: bisognava vedere, compiere e attraversare. La conoscenza era esperienza rituale. L’antropologo Victor Turner avrebbe definito “liminale” questo spazio intermedio nel quale l’individuo non appartiene più alla condizione precedente, ma non è ancora entrato nella nuova. L’iniziato viene separato dal mondo ordinario, attraversa simbolicamente la morte e rinasce con una diversa consapevolezza. Anche il culto del cargo nasce in una condizione liminale. Le società melanesiane non appartengono più interamente al proprio mondo ancestrale, ma non sono ancora integrate nell’ordine tecnologico e politico che le ha travolte. Vivono tra due epoche. Il rito tenta di colmare questa frattura. L’antropologo italiano Ernesto de Martino avrebbe potuto leggere questa situazione come una “crisi della presenza”: il mondo tradizionale perde improvvisamente la propria evidenza e la comunità deve ricostruire un orizzonte nel quale poter nuovamente esistere e agire. Il rito diviene così uno strumento di reintegrazione e di salvezza culturale. Ernesto de Martino, Crisi della presenza e reintegrazione religiosa Gli dèi civilizzatori e il “cargo” della conoscenza Numerose civiltà antiche narrarono di esseri divini o semidivini giunti per consegnare agli uomini i fondamenti della civiltà. Prometeo dona il fuoco e, con esso, la téchne, la capacità tecnica. Demetra insegna la coltivazione del grano e affida a Trittolemo il compito di diffonderla. Il dio egizio Thoth è associato alla scrittura, al calcolo e alla misura. Gli apkallu della tradizione mesopotamica sono sapienti primordiali collegati alla trasmissione delle arti della civiltà. In molte culture, il sapere decisivo non viene inventato gradualmente dagli uomini: viene ricevuto da un essere superiore. Questo sapere è un “cargo”. Non necessariamente un carico di oggetti, ma un insieme di conoscenze: agricoltura, astronomia, metallurgia, medicina, scrittura, legge, architettura e ordinamento sociale. Qui si trova, a mio giudizio, il punto più profondo dell’analogia. Il culto del cargo dimostra che una popolazione può ricordare un incontro storico attraverso il linguaggio del mito. Un istruttore può diventare un dio civilizzatore; una nave può trasformarsi in barca celeste; un velivolo in carro alato; uno strumento tecnologico in oggetto magico; il ritorno promesso di un visitatore in attesa messianica. Autori come Erich von Däniken e Zecharia Sitchin hanno interpretato alcune narrazioni antiche come ricordi deformati di incontri con visitatori tecnologicamente avanzati. Le loro ipotesi non sono considerate dimostrate dall’archeologia e non devono essere confuse con un fatto storico accertato. Il culto del cargo, tuttavia, pone una domanda legittima: se un incontro simile fosse realmente avvenuto in epoche remote, quale traccia avrebbe lasciato dopo centinaia o migliaia di anni? Probabilmente non un resoconto tecnico, ma un mito. Non la descrizione di un motore, ma quella di un carro di fuoco. Non un manuale di navigazione, ma il racconto di una barca solare. Non una centrale energetica, ma un fuoco sacro custodito dai sacerdoti. Non uno scienziato, ma un dio portatore di sapienza. Il culto del cargo non prova che gli dèi antichi fossero visitatori provenienti da un’altra civiltà o da un altro mondo. Dimostra però che un evento tecnologico reale può essere trasformato, in un arco di tempo sorprendentemente breve, in religione, rito e attesa escatologica. Ed è questa la sua straordinaria importanza. La lettura esoterico-iniziatica Dal punto di vista iniziatico, il cargo possiede almeno due significati. Il primo è essoterico: il desiderio di ricevere beni, ricchezza, medicine e strumenti. Il secondo è esoterico: la ricerca della causa invisibile che produce quei beni. Il profano vede l’oggetto. L’iniziato cerca il principio. La comunità che imita la pista, la torre o la parata riproduce la forma esteriore senza possedere la conoscenza che la rende efficace. È il pericolo permanente di ogni tradizione iniziatica: conservare il gesto e perdere il significato; custodire il simbolo dimenticando la realtà alla quale esso rinviava. Un tempio può continuare a essere costruito anche quando nessuno ricorda più perché possieda quella particolare forma. Una parola sacra può essere ripetuta per secoli dopo che la lingua originaria è stata dimenticata. Un sacerdote può compiere perfettamente il rito senza conoscere l’esperienza che lo generò. In questo senso il culto del cargo non riguarda soltanto le popolazioni della Melanesia. Riguarda ogni religione, ogni istituzione e ogni essere umano che confonda il simbolo con ciò che il simbolo rappresenta. Costruire una radio di legno senza conoscere le onde elettromagnetiche non è molto diverso dal ripetere una formula iniziatica senza comprenderne la trasformazione interiore. Il vero “cargo” non è l’oggetto che arriva dal cielo. È la conoscenza che permette di produrlo. Il rito rappresenta la scorza; la conoscenza ne costituisce il nucleo. L’iniziazione autentica dovrebbe condurre dalla forma alla causa, dall’immagine al principio, dall’imitazione alla consapevolezza. Considerazioni personali Ritengo che il culto del cargo rappresenti uno degli eventi più importanti per chiunque voglia comprendere la nascita delle religioni. Per la prima volta nella storia recente possiamo osservare un avvenimento reale trasformarsi quasi sotto i nostri occhi in mito: uomini storici diventano messaggeri soprannaturali; aeroplani e navi assumono un significato celeste; operazioni tecniche diventano cerimonie; una partenza diviene promessa di ritorno. Questo non significa che ogni religione sia nata da un fraintendimento tecnologico. La religione comprende anche esperienza interiore, contemplazione, timore della morte, ricerca del significato e percezione del trascendente. Ridurre tutto a una tecnologia mal compresa sarebbe superficiale quanto liquidare i culti del cargo come semplice ingenuità. Ma il caso melanesiano ci consegna una possibilità concreta: dietro alcuni racconti antichi potrebbe esistere un nucleo storico molto diverso dalla forma mitica giunta fino a noi. Forse gli antichi non inventarono tutto. Forse videro qualcosa. Forse incontrarono uomini, popoli o conoscenze tanto superiori da non poter essere descritti con il linguaggio ordinario. Il trascorrere dei secoli avrebbe poi consumato i dettagli, ingrandito le imprese, fuso personaggi differenti e trasformato la cronaca in teologia. Non possiamo dimostrarlo soltanto attraverso un’analogia. Possiamo però riconoscere che il meccanismo è possibile, perché si è verificato in epoca contemporanea. La vera chiave di volta non consiste quindi nell’affermare che “gli dèi erano astronauti”, ma nel comprendere come l’uomo trasformi l’incomprensibile in sacro. Il culto del cargo ci mostra il laboratorio nel quale nasce il mito. Ci fa vedere il momento in cui la storia comincia a diventare leggenda, la tecnica diventa magia, il visitatore diventa dio e la memoria diventa rito. Conclusione Quando gli ultimi testimoni dell’arrivo degli americani saranno scomparsi, rimarranno bandiere, racconti, date sacre e cerimonie. Tra qualche secolo, un osservatore potrebbe non riuscire più a distinguere il soldato dallo spirito, la pista dall’altare, la radio dal talismano. È possibile che qualcosa di simile sia accaduto anche nel nostro passato più remoto. Forse, dietro alcuni miti di dèi discesi dal cielo, di maestri venuti dal mare, di carri fiammeggianti e di doni civilizzatori, si nascondono eventi storici ormai irriconoscibili. Oppure quei racconti nacquero interamente dall’immaginazione simbolica dell’uomo. Il culto del cargo non risolve definitivamente l’enigma, ma ci insegna a formulare la domanda corretta. Ogni volta che incontriamo un antico rito dovremmo domandarci: che cosa stava tentando di riprodurre? Ogni volta che osserviamo un simbolo: quale realtà perduta cercava di rappresentare? Ogni volta che leggiamo del ritorno di un dio: quale partenza storica potrebbe esserne stata l’origine? Forse il più grande mistero non è che gli uomini abbiano scambiato la tecnologia per magia. Il vero mistero è che anche noi, pur conoscendo la tecnologia, continuiamo spesso a venerarne gli effetti senza comprenderne le cause. E forse anche la nostra civiltà, convinta di essere finalmente uscita dal mito, sta già costruendo i propri templi, innalzando le proprie torri di controllo e attendendo, ancora una volta, che il cargo discenda dal cielo.
FONTI E TESTI CONSULTATI
- Riferimenti bibliografici essenziali
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- Walter Burkert, Ancient Mystery Cults, Harvard University Press, 1987.
- Lamont Lindstrom, Cargo Cult: Strange Stories of Desire from Melanesia and Beyond, University of Hawai‘i Press, 1993; edizione digitale ad accesso aperto.
- Holger Jebens, a cura di, Cargo, Cult, and Culture Critique, University of Hawai‘i Press, 2004.
- Lamont Lindstrom, Tanna Times: Islanders in the World, University of Hawai‘i Press, 2021.