STORIA E SAGGIO
Il Manoscritto Voynich
Il libro che nessuno sa leggere: storia, scienza, simbolismo e mistero di un codice del XV secolo

Il Manoscritto Voynich è un enigmatico codice illustrato del XV secolo, scritto in un alfabeto e in una lingua ancora indecifrati. Acquistato nel 1912 dall’antiquario Wilfrid Voynich presso Villa Mondragone, vicino a Frascati, è oggi conservato alla Beinecke Library dell’Università di Yale. Le sue pagine raffigurano piante sconosciute, diagrammi zodiacali, figure femminili immerse in vasche, condotti, preparati farmaceutici e misteriose ricette. La pergamena è stata datata tra il 1404 e il 1438. Il manoscritto potrebbe essere un trattato medico-botanico, astrologico, alchemico oppure un’opera scritta attraverso un cifrario o una lingua artificiale. Nonostante gli studi di celebri crittografi, linguisti e storici, nessuna decifrazione è stata riconosciuta come valida. Dal punto di vista simbolico, il Voynich sembra rappresentare il legame tra uomo, natura e cosmo: le piante richiamano le forze della terra, le stelle i cicli celesti e le figure immerse nell’acqua i processi di purificazione, generazione e rinascita. Il suo vero mistero potrebbe non consistere in una rivelazione straordinaria, ma nella chiave perduta necessaria per comprendere un antico sistema di conoscenze riservat
Tra tutti i libri enigmatici sopravvissuti al passato, nessuno possiede la forza magnetica del cosiddetto Manoscritto Voynich. Le sue pagine mostrano piante che non sembrano appartenere alla botanica conosciuta, costellazioni disposte secondo geometrie insolite, figure femminili immerse in vasche e fluidi, condotti che ricordano insieme organi, alambicchi e sistemi idraulici, diagrammi cosmologici e migliaia di parole scritte in un alfabeto che nessuno è ancora riuscito a leggere con certezza. Non è soltanto un manoscritto indecifrato. È un’opera sospesa tra scienza medievale, medicina, astrologia, filosofia naturale ed eventuale conoscenza esoterica. Un libro autenticamente antico, ma privo di un autore, di un titolo originario, di una data esplicita e di una tradizione interpretativa sicura. Il suo mistero nasce proprio da questa contraddizione: il volume appare organizzato, coerente e intenzionale, ma continua a rifiutare ogni traduzione definitiva. Che cos’è il Manoscritto Voynich Il codice è oggi catalogato come Beinecke MS 408. È composto da circa 240 pagine superstiti, corrispondenti a 102 fogli o folii, alcuni dei quali ripiegabili. Diverse carte risultano mancanti e il volume originario doveva essere più esteso. Le sue dimensioni sono relativamente modeste, circa 22,5 × 16 centimetri. È realizzato su pergamena, prevalentemente ricavata da pelle di vitello, e contiene approssimativamente 38.000 gruppi grafici assimilabili a parole. Il testo procede generalmente da sinistra verso destra ed è formato da circa venti o venticinque segni principali, oltre ad alcuni caratteri più rari e complessi, oggi chiamati convenzionalmente gallows, “forche”, per la loro forma slanciata. L’alfabeto non possiede un nome antico. Gli studiosi chiamano comunemente la lingua o il sistema grafico “Voynichese”, mentre per trascriverlo in caratteri latini utilizzano spesso il sistema denominato EVA, European Voynich Alphabet. EVA non è una decifrazione: è soltanto una convenzione moderna che permette di confrontare e analizzare i segni. La descrizione ufficiale della Beinecke Library divide il contenuto in sei grandi sezioni: botanica, astronomico-astrologica, biologica o balneologica, cosmologica, farmaceutica e una parte finale simile a una raccolta di ricette. La scheda della Beinecke Library parla di 113 specie vegetali nella parte botanica e di più di cento piante, radici e preparati nella sezione farmaceutica. La datazione scientifica Per molto tempo il manoscritto venne attribuito a epoche molto diverse. Alcuni lo ritenevano opera del XIII secolo, altri un prodotto rinascimentale, altri ancora una falsificazione realizzata all’inizio del Novecento. La svolta arrivò con la datazione al radiocarbonio. Nel 2009 quattro campioni di pergamena, prelevati da parti differenti del volume, furono analizzati presso l’Università dell’Arizona. I risultati collocarono la produzione della pergamena, con una probabilità del 95%, tra il 1404 e il 1438. La datazione riguarda la morte degli animali dai quali venne ricavata la pergamena, non direttamente il momento in cui il testo fu scritto. In teoria, le pelli avrebbero potuto essere conservate per qualche tempo prima dell’utilizzo; tuttavia, la coerenza dei campioni e la quantità di materiale necessaria rendono molto improbabile una falsificazione moderna eseguita con pergamene antiche recuperate casualmente. La relazione sulla datazione illustra risultati, limiti e procedura dell’analisi. Le indagini condotte da McCrone Associates sugli inchiostri e sui pigmenti hanno rilevato materiali compatibili con le tecniche medievali: inchiostri ferrogallici, azzurrite, pigmenti a base di rame, sostanze organiche e leganti gommosi. Non sono emersi pigmenti sintetici moderni. L’analisi, però, non ha stabilito con esattezza quanto tempo trascorse tra la preparazione della pergamena e la scrittura. Il rapporto sui materiali è reso disponibile dalla stessa Yale University. Il dato più prudente è quindi questo: il supporto appartiene alla prima metà del XV secolo e gli elementi materiali sono coerenti con una produzione tardomedievale o del primo Rinascimento. Dove venne trovato Si afferma spesso che Wilfrid Voynich “scoprì” il manoscritto nel 1912. In realtà lo acquistò insieme ad altri codici provenienti dalla biblioteca dei gesuiti, conservata a Villa Mondragone, presso Frascati, non lontano da Roma. Villa Mondragone era entrata nella disponibilità della Compagnia di Gesù e ospitava una parte dei libri provenienti dal Collegio Romano. Per ragioni economiche, alcuni manoscritti furono venduti riservatamente. Voynich, libraio antiquario di origine polacca naturalizzato britannico e poi attivo negli Stati Uniti, acquistò il misterioso volume nel 1912. All’interno trovò una lettera latina indirizzata al gesuita Athanasius Kircher. Fu proprio quella lettera a permettere di ricostruire, almeno parzialmente, il viaggio del codice attraverso i secoli. La storia del manoscritto prima di Voynich Le origini anteriori al XVII secolo rimangono incerte. L’imperatore Rodolfo II Nella lettera allegata al volume, il medico e scienziato boemo Johannes Marcus Marci raccontava di aver appreso che il libro era appartenuto all’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, sovrano del Sacro Romano Impero dal 1576 al 1612. La corte di Rodolfo II a Praga fu uno dei maggiori centri europei di astrologia, alchimia, arte, magia naturale e collezionismo. Vi operarono o soggiornarono personaggi come Tycho Brahe, Johannes Kepler, John Dee ed Edward Kelley. Un manoscritto misterioso, illustrato e apparentemente ermetico avrebbe trovato in quell’ambiente una collocazione perfettamente naturale. Secondo quanto riferito da Marci, Rodolfo avrebbe pagato per il libro 600 ducati e avrebbe creduto che fosse stato scritto da Ruggero Bacone. Tuttavia, Marci riportava una notizia ricevuta da terzi: non possediamo un documento contabile certo che identifichi inequivocabilmente il manoscritto con un acquisto dell’imperatore. Anche l’ipotesi secondo cui il libro sarebbe stato venduto a Rodolfo II dall’astrologo inglese John Dee o dall’avventuriero e medium Edward Kelley è suggestiva, ma non dimostrata. Jacobus Horčický de Tepenec Sul primo foglio del codice venne individuata, attraverso la luce ultravioletta, una scritta quasi cancellata interpretata come “Jacobi de Tepenecz”. Il nome rimanderebbe a Jakub Horčický, detto Jacobus Sinapius o Jacobus de Tepenec, farmacista, medico e amministratore legato alla corte di Rodolfo II. Fu responsabile dei giardini imperiali e divenne noto per la preparazione di rimedi medicinali. Se l’iscrizione è autentica e contemporanea, il manoscritto potrebbe essere passato dalla collezione imperiale alla sua biblioteca. Anche questo passaggio, tuttavia, non è documentato in modo definitivo. Georg Baresch Il primo possessore storicamente attestato con una certa sicurezza è Georg Baresch, alchimista e collezionista praghese. Nel 1639 Baresch scrisse ad Athanasius Kircher, erudito gesuita residente a Roma, inviandogli alcuni campioni del testo. Definì il libro una sorta di “Sfinge” che occupava inutilmente spazio nella sua biblioteca e sperava che Kircher riuscisse a interpretarlo. Kircher godeva di enorme fama. Studiava lingue orientali, musica, astronomia, magnetismo, geologia e religioni antiche, e sosteneva di essere capace di comprendere i geroglifici egizi. Le sue decifrazioni erano in gran parte errate, ma nel XVII secolo egli appariva come uno dei pochi uomini in grado di affrontare un testo sconosciuto. Baresch non volle separarsi immediatamente dal volume. Alla sua morte, avvenuta intorno al 1662, lo lasciò all’amico Johannes Marcus Marci. Johannes Marcus Marci e Athanasius Kircher Johannes Marcus Marci, medico, filosofo naturale e rettore dell’Università di Praga, ereditò il codice e decise di inviarlo a Kircher. La lettera di accompagnamento reca la data del 19 agosto 1665 o, secondo altre letture, 1666. Marci spiegava che soltanto Kircher avrebbe potuto “spezzare le serrature” di quella Sfinge. Nella stessa lettera riferiva la tradizione riguardante Rodolfo II, i 600 ducati e l’attribuzione a Ruggero Bacone. La lettera è tuttora conservata insieme al manoscritto. Il passaggio da Marci a Kircher è dunque uno dei punti più solidi della sua storia. La ricostruzione della provenienza è sintetizzata nella documentazione della Yale University. Dopo la morte di Kircher, il codice entrò nelle raccolte del Collegio Romano. Nei secoli successivi scomparve dalla circolazione pubblica fino alla sua ricomparsa a Villa Mondragone. Da Wilfrid Voynich alla Yale University Voynich rese noto il manoscritto e ne promosse lo studio, sperando di dimostrare che si trattasse di un’opera perduta di Ruggero Bacone. Il codice prese definitivamente il suo nome. Dopo la morte di Wilfrid, nel 1930, il volume passò alla moglie Ethel Lilian Voynich, scrittrice e autrice del romanzo Il tafano. Alla morte di Ethel, nel 1960, il manoscritto passò ad Anne Nill, sua amica e collaboratrice. Nel 1961 Nill lo vendette al celebre libraio antiquario Hans Peter Kraus. Kraus tentò di rivenderlo, ma non riuscì a trovare un acquirente disposto a pagare il prezzo richiesto. Nel 1969 lo donò alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library della Yale University, a New Haven, nel Connecticut. Il manoscritto si trova ancora oggi alla Beinecke Library, catalogato come MS 408. L’originale è consultabile soltanto con particolari autorizzazioni di ricerca, ma Yale ha messo gratuitamente a disposizione le immagini digitali dell’intero codice. Le sei sezioni del manoscritto La sezione botanica È la parte più estesa. Ogni pagina mostra generalmente una grande pianta accompagnata dal testo. Alcuni particolari sembrano realistici, ma quasi nessuna specie può essere identificata con sicurezza. Foglie, fiori e radici sembrano talvolta appartenere a piante differenti. È possibile che si tratti di raffigurazioni imprecise, di specie locali oggi difficili da riconoscere oppure di piante composite costruite intenzionalmente. In una prospettiva medievale, la pianta non rappresentava soltanto una specie biologica. Era anche una configurazione di proprietà: caldo, freddo, secco, umido, maschile, femminile, solare, lunare, benefico o velenoso. Le radici, spesso sproporzionate e simili a corpi, artigli o creature, potrebbero richiamare la “dottrina delle segnature”, secondo la quale la forma esteriore di una pianta indicava simbolicamente l’organo o la malattia che essa poteva curare. Non possiamo dimostrare che il Voynich segua questa dottrina, ma il confronto è culturalmente plausibile. La sezione astronomica e astrologica Questa parte contiene diagrammi circolari, stelle, Soli, Lune e segni zodiacali. Vi compaiono Pesci, Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione e Sagittario. Alcuni segni mancanti potrebbero trovarsi nelle carte perdute. Intorno ai cerchi zodiacali si dispongono piccole figure femminili, spesso nude, che reggono stelle o emergono da strutture simili a contenitori. Nel pensiero medievale astronomia e astrologia non erano nettamente separate. I movimenti celesti venivano collegati alle stagioni, alla coltivazione delle piante, alla raccolta dei rimedi, al decorso delle malattie e alle diverse parti del corpo umano. Questa sezione potrebbe dunque costituire un calendario terapeutico: non soltanto “quale pianta usare”, ma anche “in quale momento celeste raccoglierla o somministrarla”. La sezione biologica o balneologica È la parte più enigmatica. Numerose figure femminili nude, alcune con ventre e fianchi accentuati, appaiono immerse in vasche verdi o azzurre e collegate da tubature, capsule, camere e condotti. Le interpretazioni principali sono diverse: un trattato di ginecologia, fertilità o salute femminile; una rappresentazione dei bagni termali e delle pratiche idroterapeutiche; una figurazione simbolica degli organi interni; un sistema allegorico riguardante il concepimento e la nascita; un processo alchemico espresso attraverso corpi, fluidi e recipienti; una cosmologia nella quale le anime discendono attraverso sfere e canali. Le figure non sembrano collocate in uno spazio naturale. Le vasche possono ricordare contemporaneamente sorgenti, uteri, alambicchi e vasi rituali. È proprio questa ambiguità a rendere la sezione adatta a una lettura esoterica. La sezione cosmologica Contiene alcuni dei fogli ripiegabili più complessi. Il più celebre è il cosiddetto “foglio delle nove rosette”, costituito da nove grandi forme circolari collegate da percorsi, mura, tubi e strutture simili a castelli o città. È stato interpretato come: una mappa geografica; una rappresentazione delle sfere cosmiche; un itinerario simbolico; una carta astrologica; un diagramma delle nove regioni del mondo; la rappresentazione allegorica di un organismo; una mappa della conoscenza. Nessuna di queste identificazioni ha ricevuto una conferma definitiva. La disposizione ricorda tuttavia i cosmogrammi medievali, nei quali mondo fisico, cielo, corpo umano e ordine spirituale erano rappresentati come livelli comunicanti. La sezione farmaceutica Vi compaiono radici, foglie, parti vegetali e recipienti colorati. I contenitori ricordano gli albarelli utilizzati nelle antiche farmacie per conservare erbe, polveri, unguenti e composti medicinali. Questa parte rafforza l’ipotesi che almeno una funzione del codice fosse medica o farmaceutica. Le piante intere della prima sezione potrebbero essere presentate qui nelle loro componenti utilizzabili, ordinate secondo preparazioni o ricette. La sezione delle ricette Le ultime pagine sono prevalentemente testuali. Brevi paragrafi vengono introdotti da segni simili a stelle o fiori. Potrebbe trattarsi di ricette, formule, istruzioni operative, invocazioni oppure indici. La forma suggerisce una sequenza di prescrizioni, ma finché il testo non verrà letto non sarà possibile stabilirne il contenuto. Chi lo ha studiato Il Voynich attirò filologi, botanici, storici, crittografi, matematici e perfino specialisti dei servizi segreti. William Romaine Newbold Nel 1921 il filosofo William Romaine Newbold annunciò di averlo decifrato. Sosteneva che ogni carattere contenesse microscopici segni in stenografia greca e che il testo fosse opera di Ruggero Bacone. Newbold credette di riconoscere descrizioni di galassie, cellule e strumenti ottici anticipatori del telescopio e del microscopio. Dopo la sua morte, John Matthews Manly dimostrò che i presunti segni microscopici erano soprattutto crepe e irregolarità dell’inchiostro. La soluzione crollò. William e Elizebeth Friedman Il grande crittografo americano William F. Friedman, celebre per il lavoro svolto sui codici militari, organizzò un gruppo di studio dedicato al Voynich. Anche sua moglie Elizebeth, straordinaria crittoanalista, partecipò alle ricerche. Friedman non produsse una decifrazione definitiva. Considerò possibile che il testo utilizzasse una lingua artificiale o “filosofica”, costruita per classificare concetti attraverso combinazioni ordinate di segni. John Tiltman Il crittografo britannico John H. Tiltman, uno dei maggiori specialisti del XX secolo, studiò a lungo il manoscritto. Notò la rigidità nella costruzione delle parole, la frequenza di determinate combinazioni e la difficoltà di spiegare il testo attraverso un semplice cifrario a sostituzione. L’interesse dei crittografi militari è documentato anche nei materiali declassificati della National Security Agency. Prescott Currier Negli anni Settanta Prescott Currier riconobbe nel testo due differenti profili statistici, chiamandoli convenzionalmente Voynich A e Voynich B. Currier precisò che non era dimostrato che fossero due lingue differenti. Le variazioni potevano derivare da scribi diversi, argomenti diversi, dialetti, fasi di composizione o metodi di cifratura differenti. Mary D’Imperio Nel 1978 Mary E. D’Imperio pubblicò per la NSA The Voynich Manuscript: An Elegant Enigma, una delle più importanti sintesi storiche e crittografiche. L’opera raccolse i principali risultati ottenuti fino a quel momento, senza pretendere di aver risolto il codice. Il volume è consultabile negli archivi governativi statunitensi. Lisa Fagin Davis La paleografa Lisa Fagin Davis ha analizzato digitalmente le differenti mani presenti nel manoscritto, individuando probabilmente cinque scribi. Questa conclusione è particolarmente importante: il Voynich potrebbe non essere l’opera solitaria di un visionario, ma il risultato di un’attività collettiva o di un piccolo laboratorio. Lo studio paleografico è pubblicato dall’Università della Pennsylvania. Le analisi statistiche moderne Nel 2013 Marcelo Montemurro e Damián Zanette mostrarono che la distribuzione delle parole presenta strutture a lungo raggio compatibili con quelle delle lingue naturali. Un’altra analisi di Diego Amancio e collaboratori rilevò che il testo è statisticamente più vicino a un linguaggio organizzato che a una sequenza completamente casuale. Questi risultati non dimostrano che il testo possieda necessariamente un significato traducibile: anche un sistema artificiale ben costruito può produrre regolarità linguistiche. Tuttavia rendono meno convincente l’idea di un insieme di segni tracciati senza alcuna regola. Lo studio di Montemurro e Zanette parla di reti di parole e distribuzioni compatibili con sequenze linguistiche reali. Il modello di Gordon Rugg Gordon Rugg dimostrò che, combinando prefissi, radici e suffissi attraverso griglie, era possibile generare rapidamente un falso testo dotato di proprietà simili al Voynich. Il suo esperimento non ha dimostrato che il manoscritto sia un falso: ha dimostrato soltanto che un testo apparentemente linguistico può essere prodotto senza trasmettere un vero messaggio. Inoltre, la griglia di Cardano nella forma generalmente citata è posteriore alla datazione della pergamena, anche se procedimenti combinatori più semplici avrebbero potuto esistere in precedenza. Il cifrario Naibbe Nel 2025 Michael A. Greshko ha presentato il “cifrario Naibbe”, un sistema realizzabile con strumenti compatibili con il XV secolo che trasforma testi latini o italiani in sequenze statisticamente simili al Voynichese. Greshko non afferma di aver decifrato il manoscritto. Il suo studio dimostra però che un cifrario manuale storicamente plausibile potrebbe produrre alcune delle sue caratteristiche. La ricerca è stata pubblicata su Cryptologia. Le presunte decifrazioni Nel corso del tempo numerosi studiosi hanno annunciato di averlo letto: Joseph Martin Feely sostenne che fosse latino medievale abbreviato; Leonell Strong propose un complesso cifrario matematico; Robert Brumbaugh lo interpretò come una frode in latino cifrato; Stephen Bax tentò di riconoscere nomi di piante e costellazioni; Arthur Tucker e Rexford Talbert identificarono elementi botanici americani e ipotizzarono un legame con il Messico; Jules Janick e Arthur Tucker proposero una lettura collegata al nahuatl; Gerard Cheshire dichiarò che fosse scritto in una lingua “proto-romanza” da religiose domenicane; altri vi hanno riconosciuto ebraico, arabo, turco antico, lingue caucasiche, dialetti germanici o sistemi stenografici. Nessuna di queste interpretazioni è stata accettata dalla comunità scientifica. Una vera decifrazione dovrebbe fornire un metodo ripetibile, applicabile a tutto il volume, capace di spiegare grammatica, lessico, illustrazioni e varianti senza adattare arbitrariamente i segni al risultato desiderato. Il manoscritto non possiede una “Stele di Rosetta”: manca un testo parallelo, un titolo leggibile, un nome certo, una data interna o un passo già conosciuto che permetta di verificare la traduzione. Che cosa potrebbe rappresentare Le ipotesi principali possono essere ricondotte ad alcuni grandi gruppi. Un’enciclopedia medico-botanica cifrata È una delle possibilità più ragionevoli. Botanica, astrologia, preparazioni farmaceutiche, bagni e ricette appartenevano a un unico sistema di medicina naturale. Il linguaggio segreto avrebbe potuto proteggere rimedi, conoscenze professionali o tradizioni appartenenti a un gruppo ristretto. Un manuale dedicato alla salute femminile La presenza insistente di figure femminili, ventri accentuati, bagni, fluidi e strutture simili a organi ha fatto pensare a un trattato sulla fertilità, la gravidanza, il parto e le malattie delle donne. Queste conoscenze potevano circolare tra medici, levatrici, erboristi, comunità religiose o ambienti di corte. Non è però dimostrato che il libro sia stato scritto da donne o da monache. Un trattato alchemico Vasi, condotti, fluidi, trasformazioni vegetali, stelle e figure immerse nell’acqua possono essere letti attraverso il linguaggio dell’alchimia: dissoluzione, purificazione, separazione, congiunzione e rinascita. Mancano, tuttavia, simboli alchemici inequivocabili. L’interpretazione resta possibile, ma non può essere considerata una certezza. Un linguaggio artificiale Il manoscritto potrebbe utilizzare una lingua costruita secondo categorie logiche. Ogni parte della parola potrebbe indicare una classe botanica, una proprietà medica, una qualità astrologica o una modalità di preparazione. Questa ipotesi spiegherebbe la regolarità delle parole e la loro natura ripetitiva. Un cifrario complesso Il testo potrebbe nascondere latino, italiano, tedesco o un’altra lingua europea attraverso abbreviazioni, sostituzioni multiple, omissioni vocaliche, trasposizioni o valori variabili dei segni. Il problema è che nessuno dei sistemi proposti ha prodotto una traduzione coerente dell’intera opera. Un’opera priva di significato Il Voynich potrebbe essere una sofisticata mistificazione destinata a un ricco collezionista affascinato dall’occulto, forse lo stesso Rodolfo II. La presenza di più scribi, la complessità materiale, l’unità delle illustrazioni e il tempo necessario alla realizzazione non escludono la frode, ma la rendono un progetto molto impegnativo. Anche un falso, comunque, sarebbe un documento storico straordinario sulla psicologia della credenza e sul valore attribuito al sapere segreto. La lettura esoterica e simbolica Il manoscritto può essere letto simbolicamente anche senza pretendere di averne decifrato le parole. L’intero codice sembra costruito intorno alla relazione fra vegetale, corpo umano e cosmo. La pianta nasce dalla terra, riceve gli influssi del cielo, viene raccolta dall’uomo e trasformata in medicina. Il corpo, a sua volta, appare come un sistema di acque, canali e recipienti. Sopra ogni processo dominano stelle, cicli zodiacali e movimenti celesti. È la concezione tradizionale del rapporto fra macrocosmo e microcosmo: ciò che avviene nel cielo trova una corrispondenza nel corpo; ciò che cresce nella terra possiede un’analogia con gli organi umani; ciò che viene trasformato nel vaso alchemico rappresenta anche una trasformazione interiore. Le donne immerse nelle acque possono simboleggiare la materia primordiale, la vita ancora non differenziata, il ritorno all’utero cosmico. I condotti rappresenterebbero allora i canali attraverso i quali circola l’energia vitale. Le vasche diventerebbero recipienti di dissoluzione e rigenerazione. Le ruote zodiacali esprimono la legge del tempo ciclico. Nulla nasce, matura o guarisce indipendentemente dal ritmo cosmico. La medicina del manoscritto, se davvero di medicina si tratta, non sarebbe soltanto farmacologia, ma scienza delle corrispondenze. Il foglio delle nove rosette potrebbe essere letto come un mandala occidentale: una totalità articolata in regioni comunicanti, forse una mappa del mondo, dell’anima o dei differenti gradi della conoscenza. Tuttavia, attribuirgli un preciso percorso iniziatico senza conoscere il testo sarebbe arbitrario. Anche l’assenza di immagini cristiane evidenti è significativa, ma non dimostra un’origine eretica. Molti trattati tecnici medievali non contenevano simboli religiosi. È però possibile che il codice appartenesse a un ambiente nel quale il sapere naturale veniva custodito con discrezione, soprattutto quando confinava con astrologia, magia naturale e alchimia. Considerazioni personali A mio giudizio, il Voynich non è il messaggio di una civiltà extraterrestre né la prova di una conoscenza proveniente da Atlantide. Tali ipotesi possono affascinare, ma non sono sostenute da evidenze materiali. La sua origine appare europea e la pergamena appartiene alla prima metà del XV secolo. Le immagini trovano confronti generali negli erbari, nei calendari astrologici, nei trattati medici, nei libri dei bagni e nelle opere di filosofia naturale del tardo Medioevo. Ciò non rende il manoscritto meno misterioso. Al contrario, lo colloca in uno dei momenti più affascinanti della storia europea: il passaggio tra Medioevo e Rinascimento, quando medicina, astrologia, alchimia e religione non erano ancora discipline nettamente separate. Ritengo plausibile che il Voynich sia una raccolta medico-botanica e cosmologica, prodotta da più persone e destinata a una cerchia limitata. Il suo sistema grafico potrebbe essere una scrittura artificiale, una stenografia specialistica o un metodo di cifratura concepito non soltanto per nascondere, ma anche per classificare. Le immagini probabilmente non sono semplici decorazioni. Potrebbero costituire la chiave concettuale dell’opera: piante, stelle, corpi e recipienti descrivono un universo vivente nel quale ogni cosa comunica con le altre. Il suo carattere esoterico non deve essere ricercato necessariamente in una confraternita segreta. “Esoterico” significa innanzitutto interiore, riservato, comprensibile soltanto a chi possiede una chiave. Il Voynich è esoterico nel senso più autentico perché mostra il sapere e contemporaneamente lo sottrae; invita a entrare, ma non consegna la porta. Forse il vero segreto non consiste in una singola rivelazione sconvolgente. Potrebbe trattarsi di conoscenze mediche e astrologiche che, una volta tradotte, apparirebbero relativamente comuni per il XV secolo. Eppure, il modo in cui furono organizzate e protette resterebbe eccezionale. Il manoscritto diventa così uno specchio dell’interprete. Il botanico vi cerca piante, il medico anatomia, l’astronomo costellazioni, l’alchimista trasformazioni, il crittografo un cifrario e l’esoterista un cammino iniziatico. Ognuno crede di riconoscervi il proprio linguaggio. Ed è forse questa la sua lezione più profonda: la conoscenza non dipende soltanto da ciò che abbiamo davanti agli occhi, ma dalla chiave interiore con cui tentiamo di leggerlo. Finché quella chiave non verrà ritrovata, il Manoscritto Voynich continuerà a essere una Sfinge del sapere: un libro aperto davanti all’umanità, e tuttavia ancora chiuso.