STORIA E SAGGIO
Il Ponte di Siano
Giuseppe Veraldi e Maria Talarico: una voce oltre la morte

Catanzaro, 1936. Un giovane viene trovato morto sotto un ponte. Tre anni dopo, una ragazza attraversa quello stesso luogo, perde conoscenza e, secondo le testimonianze tramandate, comincia a parlare con la voce e la personalità del morto. È l'inizio di uno dei casi più enigmatici della storia misterica calabrese.
Ci sono luoghi che, a un certo punto della loro storia, cessano di essere soltanto luoghi. Un ponte non è più semplicemente una costruzione che unisce due sponde; una valle non è più soltanto una depressione del terreno; una strada può diventare una frontiera invisibile tra ciò che appartiene alla vita quotidiana e ciò che la memoria collettiva colloca oltre il confine del comprensibile. Il vecchio Ponte di Siano, a Catanzaro, appartiene a questa categoria. Costruito tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta per collegare il centro cittadino con il territorio orientale attraverso la vallata del Musofalo, era una struttura ad arco unico che raggiungeva un'altezza massima di circa cinquantaquattro metri. Le ricostruzioni locali attribuiscono il progetto agli ingegneri Giuseppe Cefalà e Antonio Leone e la costruzione alla ditta Sacripante ed Emanuelli di Roma. Nel corso del tempo il ponte acquistò una fama sinistra anche per i suicidi verificatisi nella zona. Ma un episodio in particolare avrebbe trasformato per sempre il ponte in uno dei luoghi più enigmatici del folklore misterico calabrese. La mattina del 13 febbraio 1936, intorno alle otto, sotto il ponte venne rinvenuto il corpo senza vita di un giovane muratore di diciannove anni: Giuseppe Veraldi, conosciuto come Pepè. Le fonti successive descrivono il cadavere come parzialmente svestito, con alcuni indumenti sparsi nelle vicinanze. Le autorità orientarono l'indagine verso l'ipotesi del suicidio. È questo il primo punto nel quale è indispensabile separare il dato storico dalle elaborazioni successive. Che Veraldi sia morto e che il suo corpo sia stato rinvenuto sotto il ponte il 13 febbraio 1936 è il nucleo stabile della vicenda, confermato anche dalla successiva ricostruzione della RAI. Sulle precise condizioni del corpo, sulle conclusioni medico-legali e soprattutto sulle motivazioni che portarono inizialmente a parlare di suicidio, le fonti secondarie presentano invece particolari non sempre coincidenti. La morte di Pepè avrebbe probabilmente finito per diventare uno dei tanti dolorosi episodi di cronaca della Catanzaro dell'epoca se, quasi tre anni dopo, non fosse accaduto qualcosa di completamente inatteso. Il 5 gennaio 1939, una ragazza di nome Maria Talarico, indicata dalle fonti più frequentemente come diciassettenne, stava tornando da Catanzaro verso Siano insieme alla nonna. Arrivata sul ponte, secondo una dettagliata versione successivamente riprodotta in letteratura, Maria si fermò presso il quarto pilone e guardò intensamente oltre il parapetto, verso la zona sottostante. La nonna non avrebbe visto nulla di particolare. Maria apparve invece improvvisamente terrorizzata, tentò di allontanarsi, accusò un forte dolore a un ginocchio e perse conoscenza. La ragazza venne soccorsa e riportata a casa. È da questo momento che la cronaca si trasforma nel cosiddetto “caso Talarico”. Al risveglio, secondo le testimonianze raccolte e tramandate, Maria sembrava profondamente cambiata. Il tono della voce sarebbe diventato più basso, rauco, maschile; il comportamento non sarebbe più stato quello abituale della giovane. Quando sua madre le si avvicinò, Maria non l'avrebbe riconosciuta come tale. La persona che sembrava parlare attraverso di lei chiedeva invece insistentemente di Caterina Veraldi, madre del defunto Giuseppe. La nuova personalità avrebbe dichiarato di essere proprio Pepè. Le fonti riportano inoltre l'episodio di un messaggio scritto per Caterina Veraldi: la grafia sarebbe stata riconosciuta dalla donna come quella del figlio morto. Questa circostanza divenne successivamente uno degli elementi centrali della letteratura spiritica sul caso, ma va considerata con cautela: il riconoscimento della calligrafia viene raccontato nelle fonti sul caso, mentre non disponiamo qui di una moderna perizia grafologica indipendente che consenta di trasformarlo in una prova scientifica. Gli avvenimenti attribuiti a Maria diventarono ancora più singolari. La ragazza avrebbe cominciato a comportarsi in modi che i presenti associavano a Giuseppe: avrebbe bevuto vino, fumato sigarette e giocato a briscola, attività che secondo le testimonianze non appartenevano alle sue abitudini. Avrebbe inoltre riconosciuto o chiamato alcuni giovani con i nomi o soprannomi Totò, Abele, Damiano e Rosario, personaggi collegati alla vicenda di Veraldi. Ma il punto decisivo arrivò quando la presunta personalità di Giuseppe fornì una versione della propria morte completamente diversa da quella del suicidio. Pepè, attraverso Maria, avrebbe sostenuto di essere stato ucciso. Secondo il racconto tramandato, alcuni conoscenti lo avrebbero fatto bere, avrebbero messo nel vino sostanze destinate a stordirlo, lo avrebbero aggredito e infine avrebbero cercato di simulare una morte volontaria. Alcune versioni menzionano specificamente sale e papavero nel vino e attribuiscono responsabilità ai quattro uomini precedentemente nominati. Sono particolari presenti nella tradizione documentaria successiva, ma non devono essere automaticamente considerati conclusioni giudiziarie accertate. Maria avrebbe poi voluto ritornare verso il luogo nel quale Giuseppe era stato trovato. Qui avrebbe rappresentato o rivissuto alcuni momenti della morte del ragazzo, arrivando, secondo alcune ricostruzioni, a disporre alcuni indumenti in maniera simile a quella nella quale sarebbero stati rinvenuti quelli di Veraldi nel 1936. Terminato questo singolare episodio, la personalità di Pepè sarebbe scomparsa e Maria sarebbe tornata progressivamente in sé, senza conservare una memoria completa di ciò che aveva fatto e detto. È precisamente questo insieme di fenomeni — cambiamento di personalità, voce maschile, presunte conoscenze relative al defunto, riconoscimento di persone, modificazione della grafia, comportamenti estranei alle normali abitudini della ragazza e successiva amnesia — che attirò l'attenzione degli studiosi di fenomeni psichici dell'epoca. Una figura particolarmente importante nella storia documentaria del caso è il medico Giovanni Scambio. Una relazione da lui redatta sugli avvenimenti è indicata da successive ricerche come una delle fonti fondamentali per ricostruire il caso. Il ricercatore Enzo Barone riferisce di aver lavorato proprio su questa relazione per separare la successione originaria degli eventi dalle numerose versioni, spesso discordanti, successivamente circolate. La vicenda entrò quasi immediatamente nel circuito italiano della ricerca metapsichica. Nel 1939 il caso compare nella storica rivista Luce e Ombra, periodico dedicato allo studio dei fenomeni psichici e medianici. L'anno successivo se ne occupò Ernesto Bozzano, una delle figure più importanti dello spiritismo e della metapsichica italiana del primo Novecento. Bozzano trattò il cosiddetto “caso di Catanzaro” nel lavoro Di un caso interessante di «possessione medianica» (caso di Catanzaro), confluito nelle Indagini sulle manifestazioni supernormali, pubblicate nel 1940. Una fonte bibliografica ne individua il testo alle pagine 101-132. Bozzano mise esplicitamente il caso catanzarese in relazione con il celebre “Watseka Wonder”, verificatosi negli Stati Uniti nel XIX secolo, interpretandolo nell'ambito di quella che definiva una possessione medianica spontanea. Secondo questa lettura, una personalità disincarnata sarebbe temporaneamente capace di manifestarsi attraverso un individuo vivente. Naturalmente occorre distinguere l'interpretazione di Bozzano dalla dimostrazione del fenomeno: il suo lavoro costituisce un documento fondamentale per la storia della parapsicologia e dello spiritismo, non una prova scientificamente conclusiva della sopravvivenza della personalità dopo la morte. Ed è proprio qui che il caso Veraldi-Talarico acquista interesse anche al di fuori dello spiritismo. Se eliminiamo per un momento qualsiasi interpretazione soprannaturale, rimane comunque da spiegare un episodio psicologicamente e antropologicamente complesso. Una prima possibilità è quella di uno stato dissociativo. In determinate condizioni una persona può manifestare alterazioni della coscienza, dell'identità, della memoria e del comportamento. Una seconda possibilità è la criptomnesia: Maria avrebbe potuto ascoltare precedentemente informazioni riguardanti Veraldi senza conservarne un ricordo cosciente; durante uno stato alterato, tali informazioni sarebbero poi riemerse come apparentemente nuove. In una comunità relativamente circoscritta, dove una morte avvenuta sotto un ponte poteva essere stata oggetto di conversazioni per anni, questa ipotesi non può essere ignorata. Una terza spiegazione riguarda la costruzione progressiva della memoria collettiva. Un episodio originariamente insolito può essere raccontato decine o centinaia di volte; ogni testimone ricorda qualcosa, altri aggiungono particolari, i giornali sintetizzano, la tradizione orale modifica, i libri sul paranormale reinterpretano e infine la televisione ricostruisce. Il nucleo storico può così sopravvivere circondato da dettagli progressivamente stratificati. Proprio per questo sarebbe metodologicamente scorretto considerare ogni particolare presente nelle moderne narrazioni come se provenisse direttamente da un verbale del gennaio 1939. Ma esiste naturalmente anche la quarta interpretazione: quella spiritica. Se Maria non conosceva Giuseppe e non aveva accesso alle informazioni che avrebbe manifestato, se effettivamente riconobbe persone a lei sconosciute, riprodusse la grafia del defunto e rivelò circostanze non pubbliche, allora il caso diventa molto più difficile da spiegare attraverso la sola psicologia ordinaria. È esattamente questo il punto che interessava Bozzano e gli studiosi metapsichici dell'epoca. Esiste poi un ulteriore capitolo, assai meno conosciuto. Una fonte dedicata alla storia e al folklore calabrese riferisce che dieci anni dopo il caso Talarico, sempre nella zona del Ponte di Siano, si sarebbe verificato un nuovo episodio riguardante presunti sensitivi e fenomeni di possessione. La stessa fonte indica come riferimento Il Giornale d'Italia del 24 aprile 1949. Questo riferimento è estremamente importante ma deve essere trattato con rigore. L'esistenza della citazione ci fornisce una pista archivistica precisa; fino a quando non verrà recuperato e letto direttamente il fascicolo originale del quotidiano, però, non è opportuno attribuirgli particolari che conosciamo soltanto attraverso fonti successive. Il passo successivo della ricerca di Sophia Arcana Lab dovrebbe quindi essere il recupero della scansione originale de Il Giornale d'Italia del 24 aprile 1949, identificando pagina, titolo, autore e contenuto integrale dell'articolo. Quella pagina avrebbe un valore enorme non soltanto iconografico, ma documentario: permetterebbe di dimostrare come, già dieci anni dopo Maria Talarico, la vicenda del Ponte di Siano continuasse a essere collegata pubblicamente a fenomeni insoliti. Molti decenni più tardi la storia uscì definitivamente dalla dimensione locale. Il 6 novembre 1994, Rai 2 trasmise una puntata di Misteri, dedicata all'aldilà e ai presunti contatti con i defunti. Il primo caso affrontato fu proprio quello di Giuseppe Veraldi e Maria Talarico. La registrazione è oggi conservata ufficialmente dalla RAI. La scheda RaiPlay descrive Giuseppe come il diciannovenne trovato morto nel 1936 sotto un cavalcavia di Siano e ricorda che, tre anni dopo, Maria cadde in trance sul medesimo ponte “rivivendo l'accaduto”. Alla discussione parteciparono, tra gli altri, padre Gabriele Amorth, allora noto esorcista della diocesi di Roma, e l'etnopsichiatra Salvatore Inglese. Misteri – puntata RAI del 6 novembre 1994 Questo permette anche di correggere una comprensibile sovrapposizione nella memoria popolare. Il programma televisivo documentato che trattò il caso nel 1994 era Misteri della RAI, non il successivo Mistero di Italia 1. La somiglianza dei titoli può facilmente aver prodotto negli anni la confusione. Resta poi la questione più delicata: Giuseppe Veraldi fu realmente assassinato? Diverse narrazioni affermano che le rivelazioni attribuite a Maria avrebbero portato a una rivalutazione dell'originaria ipotesi di suicidio. Circola inoltre una versione secondo cui, anni dopo, uno degli uomini coinvolti avrebbe confessato dall'estero, confermando almeno parte di quanto detto dalla ragazza. Tuttavia, in assenza in questa ricerca del fascicolo giudiziario originale, della confessione originale o di una fonte archivistica contemporanea capace di documentarla, questa parte della storia deve rimanere classificata come affermazione tramandata, non come fatto giudiziario definitivamente verificato. Una futura ricerca negli archivi di polizia, giudiziari e nella stampa catanzarese del periodo 1936-1940 potrebbe essere decisiva. L'intera vicenda assume poi una dimensione differente quando viene osservata attraverso il simbolismo esoterico. Il ponte è uno degli archetipi più antichi dell'umanità. La sua funzione materiale è unire ciò che la natura ha separato; simbolicamente, esso diventa quindi il luogo del passaggio. Collega due rive come il rito collega due condizioni dell'esistenza: prima e dopo, profano e sacro, ignoranza e conoscenza, vita e morte. Numerose tradizioni religiose hanno rappresentato il destino dell'anima attraverso un attraversamento, una porta, un fiume o un ponte. Il ponte è dunque, per sua stessa natura simbolica, una struttura liminale, appartenente alla soglia. Il caso di Siano presenta, da questo punto di vista, una coincidenza simbolica straordinariamente suggestiva. Giuseppe attraversa metaforicamente la soglia definitiva attraverso la morte. Tre anni dopo Maria attraversa fisicamente lo stesso ponte e, proprio durante quell'attraversamento, perde temporaneamente la propria identità ordinaria. Secondo i testimoni, in quello spazio intermedio non è più semplicemente Maria: diventa la voce di colui che era morto sotto di lei. Non è necessario credere alla possessione per riconoscere la potenza archetipica della scena. Un ponte sospeso sopra una valle; un morto rimasto legato a un enigma; una giovane che si arresta precisamente in quel luogo; una perdita di coscienza; una voce che sostiene di provenire dall'altro lato della morte. La struttura narrativa possiede tutti gli elementi di un antico racconto iniziatico, eppure nasce nel cuore della Calabria del Novecento. Possiamo spingerci ancora più indietro attraverso il concetto romano del genius loci, lo spirito o principio tutelare di un luogo. L'interpretazione moderna non deve necessariamente intendere il genius loci come un'entità letterale. Un luogo nel quale è avvenuta una tragedia accumula infatti qualcosa di perfettamente reale: memoria umana. Le persone ne parlano, lo indicano ai figli, modificano il proprio comportamento attraversandolo, associano immagini e paure alla sua geografia. Dopo alcune generazioni la storia non appartiene più soltanto alle persone: sembra appartenere al paesaggio stesso. Da questa prospettiva il Ponte di Siano diventa una sorta di luogo della memoria. Anche ammettendo una spiegazione completamente psicologica, sapere che un ragazzo era morto lì avrebbe potuto trasformare l'esperienza dell'attraversamento. Guardare oltre il parapetto significava immaginare la caduta; conoscere la storia significava ricostruirla mentalmente; attraversare il ponte significava attraversare anche il ricordo della tragedia. La psicologia del luogo potrebbe quindi avere funzionato come potente innesco emotivo per Maria. Ma proprio qui ritorna la domanda fondamentale, quella che dovrebbe guidare qualsiasi nuova indagine seria sul caso: che cosa sapeva realmente Maria Talarico di Giuseppe Veraldi prima del 5 gennaio 1939? Non basta affermare che “non lo conosceva”. Bisognerebbe ricostruire le relazioni tra le due famiglie, la distanza fra le rispettive abitazioni, le persone frequentate, ciò che i giornali avevano pubblicato nel 1936, ciò che circolava oralmente a Siano e quali informazioni fossero pubbliche oppure conosciute soltanto dalla famiglia Veraldi. Solo allora sarebbe possibile valutare il vero peso delle informazioni manifestate durante lo stato alterato. Allo stesso modo, sarebbe fondamentale recuperare la relazione completa del dottor Giovanni Scambio, gli articoli di Luce e Ombra del 1939, il testo integrale di Bozzano del 1940, la stampa catanzarese del febbraio 1936 e del gennaio 1939 e soprattutto il fascicolo de Il Giornale d'Italia del 24 aprile 1949. La puntata RAI del 1994 costituisce invece già oggi una fonte audiovisiva primaria per studiare come il caso venne raccontato al grande pubblico cinquantacinque anni dopo gli avvenimenti. Alla fine della ricerca rimangono quindi due storie sovrapposte. La prima appartiene alla storia: un diciannovenne di nome Giuseppe Veraldi morì sotto il Ponte di Siano nel febbraio del 1936; nel gennaio del 1939 Maria Talarico fu protagonista di un episodio così insolito da essere discusso dalla letteratura metapsichica dell'epoca e, molti decenni dopo, dalla televisione nazionale. La seconda storia appartiene invece al territorio dell'ignoto. Maria manifestò veramente la personalità di Giuseppe? Fu protagonista di una forma di dissociazione? Recuperò inconsciamente informazioni precedentemente ascoltate? La comunità trasformò progressivamente un episodio psicologico in un racconto soprannaturale? Oppure durante quelle ore avvenne qualcosa che le categorie disponibili non riescono ancora a spiegare? Non abbiamo elementi sufficienti per trasformare una di queste ipotesi in certezza. Ed è proprio qui che risiede il valore del caso. Il vero mistero di Siano non consiste nell'affermare semplicemente che “un morto tornò a parlare”. Consiste nel determinare quali fatti siano realmente documentati, quali informazioni Maria possedesse, quali rivelò durante il presunto stato di trance, quali fossero già note alla comunità e quali dettagli siano invece comparsi soltanto nelle narrazioni successive. Più si restringe questa distanza fra leggenda e documento, più il caso diventa interessante. Quasi novant'anni sono trascorsi da quella mattina del 1936. Il ponte, la città e persino il modo in cui interpretiamo fenomeni simili sono cambiati. Ma due nomi continuano a essere pronunciati insieme: Giuseppe Veraldi e Maria Talarico. Forse Giuseppe non parlò mai attraverso Maria. Forse parlò l'inconscio della ragazza. Forse parlò una comunità che non aveva mai accettato completamente la morte del giovane. Oppure, come sostennero gli spiritisti dell'epoca, per alcune ore qualcosa attraversò realmente quella frontiera che chiamiamo morte. Non possiamo stabilirlo. Possiamo però stabilire qualcosa di altrettanto importante: la storia merita di essere investigata attraverso i documenti, non soltanto raccontata attraverso la leggenda. Ed è forse questo il significato più profondo del Ponte di Siano. Un ponte collega due rive. Quello di Siano, nella memoria di Catanzaro, continua simbolicamente a collegarne altre due: la storia e il mito, il documento e la testimonianza, i vivi e i morti. Il 13 febbraio 1936 Giuseppe Veraldi scomparve nella vallata. Il 5 gennaio 1939, secondo coloro che assistettero agli avvenimenti, la sua voce tornò per qualche ora attraverso Maria Talarico. Possessione, dissociazione, criptomnesia, leggenda o fenomeno ancora inspiegato: la risposta rimane aperta. Ma finché continueremo a cercare nei vecchi giornali, nelle relazioni mediche, negli archivi e nelle testimonianze ciò che realmente accadde, quella voce non sarà completamente scomparsa. Sophia Arcana Lab Storia · Mistero · Esoterismo · Calabria A cura di Domenico Chiaravalloti