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Bibliotheca historiae et mysteriorum

Sophia Arcana Lab

EX ARCANIS SAPIENTIA

Fondatore e curatore Domenico Chiaravalloti

STORIA E SAGGIO

La Scuola di Atene

Il tempio rinascimentale della conoscenza e i suoi protagonisti

di Domenico Chiaravalloti ·
Rielaborazione panoramica della Scuola di Atene con Platone e Aristotele al centro e i sapienti dell'antichità riuniti
Rielaborazione illustrativa ispirata alla “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio, affrescata tra il 1509 e il 1511 nella Stanza della Segnatura.

Titolo: La Scuola di Atene Autore: Raffaello Sanzio, detto Raffaello Datazione: circa 1509-1511 Tecnica: affresco Dimensioni: circa 5 × 7,7 metri Collocazione: Stanza della Segnatura, Palazzi Apostolici, Città del Vaticano Committente: papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere

Tra le grandi immagini create dal Rinascimento italiano, La Scuola di Atene è forse quella che meglio rappresenta l’idea della conoscenza come ricerca comune. Non è la raffigurazione di un avvenimento realmente accaduto e non mostra una scuola esistita in un determinato luogo o in una precisa epoca. È, piuttosto, un’assemblea ideale nella quale filosofi, matematici, astronomi e sapienti vissuti in secoli e civiltà differenti sono convocati da Raffaello all’interno di un unico edificio. Il pittore annulla il tempo storico per costruire una repubblica universale dell’intelligenza. L’affresco fu realizzato da Raffaello Sanzio, nato a Urbino nel 1483 e morto a Roma nel 1520, mentre l’artista era ancora giovanissimo. Figlio del pittore e poeta di corte Giovanni Santi e di Magia di Battista Ciarla, Raffaello si formò nell’ambiente raffinato della corte urbinate e assimilò profondamente la lezione di Pietro Vannucci, detto il Perugino. Dopo il periodo fiorentino, durante il quale studiò le opere di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, giunse a Roma nel 1508. Qui papa Giulio II gli affidò la decorazione di alcuni ambienti dei Palazzi Apostolici, oggi conosciuti come Stanze di Raffaello. Giulio II, nato Giuliano della Rovere nel 1443 e pontefice dal 1503 al 1513, non fu soltanto un papa guerriero e un protagonista della politica italiana. Fu anche uno dei maggiori committenti dell’età rinascimentale. Durante il suo pontificato promosse la ricostruzione della basilica di San Pietro affidandone il progetto a Donato Bramante, incaricò Michelangelo di dipingere la volta della Cappella Sistina e chiamò Raffaello a lavorare negli appartamenti vaticani. In questo straordinario incontro di personalità, Roma divenne il centro di una nuova visione dell’arte, capace di unire l’eredità classica, il cristianesimo e l’autorità della Chiesa. La sala nella quale si trova l’affresco era originariamente destinata alla biblioteca e allo studio privato del pontefice. Soltanto più tardi prese il nome di Stanza della Segnatura, dal supremo tribunale della Santa Sede che vi si riunì nel XVI secolo. Il programma decorativo fu eseguito tra il 1508 e il 1511 e organizzato attorno alle grandi facoltà dello spirito umano. La Disputa del Sacramento rappresenta il Vero rivelato dalla fede; La Scuola di Atene rappresenta il Vero raggiunto dalla ragione; il Parnaso celebra il Bello attraverso la poesia; le Virtù e la Legge esprimono il Bene e la giustizia. Filosofia e teologia, quindi, non sono poste in opposizione, ma occupano pareti contrapposte e complementari. Il titolo con il quale oggi conosciamo l’opera non risale con certezza a Raffaello. Il significato più preciso dell’affresco è indicato dalla figura allegorica della Filosofia dipinta sulla volta sopra la parete. Il grande cartone preparatorio conservato nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano è infatti tradizionalmente chiamato Scuola di Atene, ma il suo soggetto può essere più correttamente inteso come la Filosofia o il trionfo della sapienza razionale. L’architettura del sapere I sapienti sono accolti entro un’architettura monumentale ispirata al classicismo romano e al progetto di Donato Bramante per la nuova basilica di San Pietro. Non si tratta di un edificio realmente esistente: Raffaello costruisce un tempio immaginario formato da pilastri, archi, volte a botte, cassettoni e una cupola appena intravista. La prospettiva converge tra le figure centrali di Platone e Aristotele. Tutto lo spazio, dunque, conduce lo sguardo verso i due maggiori filosofi dell’antichità. Nelle nicchie laterali si innalzano due statue. A sinistra compare Apollo, dio della luce, dell’armonia, della poesia e della musica, riconoscibile dalla lira. A destra si trova Atena-Minerva, dea della sapienza e dell’intelligenza ordinatrice, armata di elmo, lancia e scudo con la testa di Medusa. Apollo e Atena definiscono i confini simbolici dell’assemblea: ispirazione e ragione, bellezza e sapienza, arte e scienza. I bassorilievi posti sotto le statue richiamano il mondo del mito e la vittoria dell’ordine sulle forze irrazionali. Anche la rigorosa geometria dell’edificio partecipa al significato dell’opera. La prospettiva non è soltanto uno strumento pittorico, ma l’immagine visibile di un cosmo regolato da proporzioni intelligibili. Nel pensiero rinascimentale, la matematica, l’architettura e la filosofia erano aspetti comunicanti di una medesima ricerca dell’ordine. I personaggi sono distribuiti in gruppi. Nella zona superiore dominano la conversazione, il ragionamento e la filosofia speculativa. In primo piano, ai lati della scalinata, si concentrano invece le scienze fondate sul numero, sulla misura e sull’osservazione: a sinistra la musica e l’aritmetica di Pitagora; a destra la geometria di Euclide e la cosmologia di Tolomeo e Zoroastro. Al centro, isolati pur nella folla, si trovano Platone e Aristotele. Sui gradini, quasi estranei all’ordine collettivo, compaiono Eraclito e Diogene, due immagini differenti della solitudine del filosofo. Platone e Aristotele: i due cammini della verità Platone e Aristotele avanzano fianco a fianco dal fondo dell’edificio. Il primo è anziano, scalzo, con lunghi capelli e barba bianca; il secondo è più giovane, ben vestito e calzato. Platone tiene il Timeo e solleva l’indice verso il cielo. Aristotele porta l’Etica e tende la mano con il palmo rivolto verso la terra. Platone, nato ad Atene nel 428 o 427 a.C. e morto nel 348 o 347 a.C., fu discepolo di Socrate e fondatore dell’Accademia. Nei suoi dialoghi affrontò la conoscenza, la politica, l’anima, l’amore, la giustizia e la struttura del cosmo. Il suo gesto verso l’alto viene tradizionalmente interpretato come un richiamo al mondo delle Idee o Forme intelligibili: la realtà autentica non coinciderebbe con le cose mutevoli percepite dai sensi, ma con i loro modelli eterni. Il volto di Platone è tradizionalmente considerato un omaggio a Leonardo da Vinci, nato nel 1452 e morto nel 1519. L’identificazione è plausibile sul piano fisionomico e simbolico, ma non è dimostrata da un documento scritto di Raffaello. Leonardo rappresentava, per gli uomini del primo Cinquecento, il modello del sapiente universale capace di unire pittura, anatomia, ingegneria, matematica e osservazione della natura. Aristotele, nato a Stagira nel 384 a.C. e morto a Calcide nel 322 a.C., fu allievo di Platone, precettore di Alessandro Magno e fondatore del Liceo. Studiò la logica, la metafisica, la politica, l’etica, la retorica, la poetica, la biologia e la fisica. La sua mano distesa orizzontalmente indica il mondo dell’esperienza, nel quale forma e materia sono unite. Il libro che porta è l’Etica Nicomachea, opera dedicata al bene umano e alla virtù come ricerca della giusta misura. Il contrasto fra i due gesti non deve essere ridotto alla formula semplicistica “Platone guarda il cielo, Aristotele guarda la terra”. Raffaello li fa camminare insieme. Le loro concezioni sono differenti, ma entrambe sono necessarie alla costruzione del sapere. Platone indica il principio trascendente; Aristotele ordina la realtà concreta. Il Rinascimento riconosce in loro due vie complementari della ragione. Socrate e il gruppo del dialogo Alla sinistra di Platone si distingue Socrate, vestito con una tunica verde scuro. Il suo profilo, con fronte alta, naso corto e lineamenti irregolari, deriva dai ritratti antichi del filosofo. Socrate nacque ad Atene intorno al 470 o 469 a.C. e morì nel 399 a.C., condannato a bere la cicuta con l’accusa di non riconoscere gli dèi della città e di corrompere i giovani. Non lasciò opere scritte: il suo pensiero ci è noto soprattutto attraverso Platone e Senofonte, oltre che dalla testimonianza critica di Aristofane e dalle osservazioni di Aristotele. Raffaello lo mostra mentre enumera i propri argomenti sulle dita. È un gesto adatto al metodo socratico, fondato sulla domanda, sul confronto e sulla confutazione delle false certezze. Intorno a lui si raccolgono giovani ascoltatori. L’uomo in abito militare è stato identificato con Alcibiade oppure con Alessandro Magno. Alcibiade, nato intorno al 450 e morto nel 404 a.C., fu un affascinante e controverso politico e comandante ateniese, vicino a Socrate. Alessandro, nato nel 356 e morto nel 323 a.C., fu re di Macedonia, allievo di Aristotele e conquistatore dell’impero persiano. Poiché la figura ascolta Socrate, Alcibiade è la proposta più coerente dal punto di vista storico; l’armatura, tuttavia, ha favorito l’identificazione con Alessandro. Gli altri interlocutori sono stati variamente riconosciuti come Antistene, Senofonte ed Eschine di Sfetto. Antistene, vissuto tra il V e il IV secolo a.C., fu discepolo di Socrate e precursore della scuola cinica. Senofonte, nato verso il 430 e morto dopo il 355 a.C., fu soldato, storico e autore dei Memorabili, una delle principali fonti su Socrate. Eschine di Sfetto, attivo tra il V e il IV secolo a.C., appartenne alla cerchia socratica e compose dialoghi oggi conservati soltanto in frammenti. Raffaello, tuttavia, non lasciò alcuna indicazione che consenta di associare con certezza ogni nome a ogni volto. Pitagora e l’armonia dei numeri Nel gruppo in primo piano a sinistra, Pitagora scrive o legge in un grande libro mentre un giovane gli presenta una tavoletta. Nato a Samo intorno al 570 a.C., Pitagora si trasferì nella Magna Grecia e fondò a Crotone una comunità filosofica, religiosa e politica. Morì probabilmente all’inizio del V secolo a.C. La sua figura storica è circondata da leggende, anche perché non possediamo suoi scritti diretti e le fonti più ampie sono tarde. La tavoletta mostra rapporti numerici legati all’armonia musicale, al diatessaron e alla tetraktys, la figura sacra formata dai primi quattro numeri la cui somma è dieci. Per la tradizione pitagorica, le consonanze musicali potevano essere espresse mediante rapporti semplici fra numeri. Da questa scoperta nasceva una visione più ampia: il cosmo stesso sarebbe stato governato dall’armonia e dalla proporzione. Il giovane che regge la tavoletta viene talvolta chiamato Telauge, indicato da tradizioni tarde come figlio di Pitagora, ma l’identificazione non è documentabile. Deve essere considerato soprattutto un assistente o discepolo pitagorico. Alle spalle di Pitagora si china un uomo con il turbante: è generalmente riconosciuto come Averroè, nome latino di Abū al-Walīd Muḥammad ibn Aḥmad ibn Rushd. Nato a Cordova nel 1126 e morto a Marrakech nel 1198, Averroè fu filosofo, medico e giurista musulmano. I suoi commenti ad Aristotele, tradotti in latino e in ebraico, esercitarono un’enorme influenza sul pensiero medievale europeo. La sua presenza in mezzo ai sapienti dell’antichità dimostra che l’opera non raffigura semplicemente la Grecia classica: racconta la trasmissione del sapere attraverso culture e religioni differenti. Accanto a Pitagora compare un vecchio che prende appunti. La sua identità è una delle più controverse: è stato chiamato Anassimandro, Empedocle, Senocrate, Aristosseno oppure Severino Boezio. Anassimandro di Mileto, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C., cercò nell’ápeiron, l’indefinito, il principio originario della realtà. Empedocle di Agrigento, vissuto nel V secolo a.C., elaborò la dottrina dei quattro elementi mossi da Amore e Contesa. Senocrate, nato intorno al 396 e morto nel 314 a.C., fu discepolo di Platone e terzo scolarca dell’Accademia. Aristosseno di Taranto, vissuto nel IV secolo a.C., studiò la teoria musicale. Boezio, nato intorno al 480 e morto nel 524 d.C., trasmise al Medioevo latino una parte importante della scienza musicale e filosofica antica. La vicinanza a Pitagora rende Aristosseno o Boezio particolarmente significativi, ma nessuna proposta è conclusiva. Un’altra figura, collocata dietro o presso il gruppo pitagorico e assorta nella lettura, è spesso identificata con Parmenide. Nato a Elea nella seconda metà del VI secolo a.C., Parmenide sostenne l’unità e l’immutabilità dell’essere, opponendo la verità razionale alle apparenze dei sensi. Anche in questo caso il nome è probabile, non certo. Epicuro, Zenone e le scuole ellenistiche All’estrema sinistra un personaggio coronato di foglie è tradizionalmente identificato con Epicuro. Nato a Samo nel 341 a.C. e morto ad Atene nel 270 a.C., Epicuro fondò la scuola del Giardino. Insegnò che il bene consiste nella felicità intesa come assenza di dolore del corpo e turbamento dell’anima, raggiunta attraverso la prudenza, l’amicizia e la liberazione dalle paure irrazionali. La corona vegetale può richiamare il Giardino, sebbene alcuni studiosi abbiano interpretato la scena come un rito orfico e non come il ritratto del filosofo. Vicino a lui viene spesso riconosciuto Zenone di Cizio, nato intorno al 334 e morto intorno al 262 a.C., fondatore dello stoicismo. Per gli stoici la virtù consisteva nel vivere secondo ragione e secondo natura, accettando con fermezza ciò che non dipende dalla volontà individuale. Non bisogna confonderlo con Zenone di Elea, filosofo del V secolo a.C. celebre per i paradossi sul movimento. La collocazione di Epicuro e Zenone nello stesso settore offrirebbe un confronto fra due grandi scuole ellenistiche, ma l’identificazione dei volti resta congetturale. Il giovane in bianco: Ipazia o un principe rinascimentale? Una delle figure più discusse si trova vicino a Pitagora e guarda direttamente verso lo spettatore. Ha un volto giovane, quasi androgino, lunghi capelli e una veste chiara. Nella divulgazione contemporanea viene spesso chiamata Ipazia di Alessandria, matematica e filosofa neoplatonica vissuta tra il IV e il V secolo d.C. e uccisa ad Alessandria nel 415 da una folla cristiana. L’idea è affascinante, anche perché darebbe alla grande assemblea una protagonista femminile, ma non è sostenuta da una tradizione antica sicura né da un attributo iconografico specifico. La figura è stata identificata più solidamente, benché non definitivamente, con Francesco Maria I della Rovere, nato nel 1490 e morto nel 1538, duca di Urbino e nipote di Giulio II. Altre interpretazioni vi riconoscono Fedone di Elide, discepolo di Socrate; la personificazione della kalokagathia, cioè l’ideale greco della bellezza unita alla bontà; oppure la Verità. È quindi scorretto presentare “Ipazia” come un dato certo. La definizione più rigorosa è: giovane in bianco dall’identità discussa, forse Francesco Maria della Rovere o una personificazione ideale. Eraclito con il volto di Michelangelo In primo piano, quasi al centro, un uomo solitario appoggia il capo alla mano e scrive su un foglio poggiato sopra un blocco di marmo. È generalmente identificato con Eraclito di Efeso, filosofo vissuto tra il VI e il V secolo a.C., chiamato “l’Oscuro” per la forma enigmatica dei frammenti attribuiti alla sua opera. Eraclito concepì la realtà come tensione dinamica degli opposti, governata dal logos. Il divenire non sarebbe caos, ma un’armonia nascosta generata dal conflitto. Il suo volto e il suo corpo massiccio ricordano Michelangelo Buonarroti, nato nel 1475 e morto nel 1564. Quando Raffaello lavorava nella Stanza della Segnatura, Michelangelo dipingeva la volta della vicina Cappella Sistina. La figura non compare nel grande cartone preparatorio dell’Ambrosiana e appare stilisticamente più pesante e scultorea delle altre. Per questo viene spesso considerata un’aggiunta tarda e un omaggio, forse non privo di sottile competizione, a Michelangelo. Anche qui, tuttavia, occorre distinguere la forte tradizione interpretativa dalla prova documentaria assoluta. Diogene: la libertà sulla scalinata Sdraiato da solo sui gradini, con pochi fogli e una semplice veste azzurra, si trova Diogene di Sinope, vissuto nel IV secolo a.C. e morto probabilmente nel 323 a.C. Fu il più celebre rappresentante del cinismo antico. Rifiutò ricchezze, convenzioni sociali e prestigio, sostenendo che la libertà nasce dalla riduzione dei bisogni. Le tradizioni lo descrivono mentre vive in una grande giara e affronta Alessandro Magno senza timore. La sua posizione è eloquente: mentre gli altri discutono in gruppi, Diogene occupa liberamente il centro della scalinata, incurante dell’ordine e della solennità del luogo. È dentro la scuola e nello stesso tempo fuori da ogni scuola. La scodella citata dalle fonti antiche e riconosciuta anche da Giorgio Vasari rafforza l’identificazione, sebbene siano state avanzate interpretazioni alternative. Euclide, o forse Archimede, con il volto di Bramante Nel gruppo in primo piano a destra un maestro calvo, curvato verso una lavagna, traccia con il compasso una figura geometrica mentre quattro giovani seguono la dimostrazione. I Musei Vaticani lo identificano con Euclide, matematico attivo ad Alessandria intorno al 300 a.C. La sua opera, gli Elementi, organizzò la geometria in definizioni, postulati e dimostrazioni, diventando uno dei testi scientifici più influenti della storia. Alcuni studiosi preferiscono riconoscervi Archimede di Siracusa, nato intorno al 287 e morto nel 212 a.C., matematico, fisico e inventore. La figura, tuttavia, viene tradizionalmente chiamata Euclide perché la scena mostra l’insegnamento ordinato della geometria. Giorgio Vasari riferì già nel XVI secolo che il volto era considerato il ritratto di Donato Bramante, nato nel 1444 e morto nel 1514. Bramante, architetto della nuova San Pietro e probabilmente decisivo per l’arrivo di Raffaello a Roma, rappresentava l’unione tra matematica e architettura. Il gesto del compasso trasforma la geometria in azione e rende visibile il processo stesso della dimostrazione. I quattro discepoli che circondano il maestro non possiedono identità storiche documentate. Le loro diverse reazioni — attenzione, stupore, concentrazione e desiderio di comprendere — rappresentano le fasi psicologiche dell’apprendimento. Tolomeo, Zoroastro e la scienza del cielo Dietro il gruppo dei geometri, due uomini reggono altrettante sfere. Quello visto di spalle, con una corona, è Claudio Tolomeo. Vissuto ad Alessandria nel II secolo d.C., Tolomeo fu astronomo, matematico e geografo. Nell’Almagesto elaborò il più influente sistema astronomico geocentrico dell’antichità e del Medioevo; nella Geografia organizzò metodi e coordinate per rappresentare il mondo conosciuto. Tiene un globo terrestre. La corona non indica necessariamente un sovrano: potrebbe derivare dalla confusione, diffusa nel Rinascimento, tra lo scienziato e i re della dinastia tolemaica d’Egitto. Di fronte a lui si trova Zoroastro, o Zarathustra, con un globo celeste. Fu il profeta e riformatore religioso dell’antico Iran al quale è legata la tradizione zoroastriana. La sua datazione è molto incerta: le ipotesi degli studiosi lo collocano in epoche differenti, dal secondo millennio al VI secolo a.C. Nel Rinascimento, tuttavia, Zoroastro era considerato anche un antichissimo sapiente, astrologo e custode dei misteri del cielo. La sua presenza nell’affresco riflette questa immagine rinascimentale, non necessariamente la ricostruzione storica moderna della sua figura. Talvolta al volto di Zoroastro sono state associate le sembianze di Baldassarre Castiglione, nato nel 1478 e morto nel 1529, diplomatico e autore del Cortegiano. L’ipotesi resta discussa. Più importante è il rapporto simbolico fra i due globi: Tolomeo mostra la terra, Zoroastro il cielo. Geografia, astronomia e cosmologia diventano parti di un’unica scienza dell’universo. Raffaello entra nella propria opera All’estrema destra, accanto ai due sapienti con le sfere, un giovane con il berretto nero guarda direttamente lo spettatore. È l’autoritratto di Raffaello, riconosciuto già da Giorgio Vasari. Il pittore non si colloca al centro e non interrompe la scena; si presenta discretamente sul margine, ma stabilisce con chi osserva un contatto silenzioso. La presenza dell’artista possiede un significato profondo. Nel Medioevo il pittore era spesso considerato soprattutto un artigiano. Nel Rinascimento rivendica invece il proprio posto tra gli uomini di sapere. Per costruire un’opera come La Scuola di Atene, Raffaello deve conoscere la geometria della prospettiva, la storia, la poesia, la filosofia e l’architettura. Inserendosi tra matematici e sapienti, afferma che anche la pittura è un’attività intellettuale. Raffaello potrebbe inoltre assumere simbolicamente il ruolo di Apelle, il più celebre pittore dell’antica Grecia, vissuto nel IV secolo a.C. Il compagno accanto a lui viene talvolta interpretato come Protogene, altro pittore greco antico, con i tratti di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, di Pietro Perugino oppure di Timoteo Viti. Nessuna di queste identificazioni è definitiva. È certo soltanto l’autoritratto di Raffaello. Plotino e le figure della destra Un uomo anziano e isolato, collocato nella parte destra superiore, viene spesso identificato con Plotino. Nato nel 204 o 205 e morto nel 270 d.C., Plotino fu il maggiore esponente del neoplatonismo. Nelle Enneadi, ordinate dal discepolo Porfirio, descrisse la realtà come emanazione dall’Uno, principio assoluto dal quale derivano l’Intelletto e l’Anima. La sua presenza completerebbe il percorso del platonismo dall’antica Accademia alla tarda antichità. L’identificazione non è resa certa da attributi specifici. Lo stesso vale per numerosi personaggi collocati dietro Aristotele e lungo le scale: essi possono rappresentare peripatetici, platonici, studiosi e discepoli senza essere ritratti individuali di personaggi determinati. Federico II Gonzaga e i ritratti contemporanei Giorgio Vasari affermò che nell’affresco era presente il ritratto del giovane Federico II Gonzaga, nato nel 1500 e morto nel 1540, futuro marchese e poi primo duca di Mantova. Federico si trovava a Roma come ostaggio politico e fu accolto alla corte papale. Vasari descrive un giovane che apre le braccia con meraviglia, ma la corrispondenza fra questa descrizione e una precisa figura dell’affresco non è universalmente accettata. Il dato è importante perché dimostra che Raffaello non voleva soltanto ricostruire l’antichità. Prestò ad alcuni sapienti antichi i volti di uomini del proprio tempo: Leonardo, Michelangelo, Bramante, forse Castiglione, Federico Gonzaga e altri artisti della sua cerchia. La grande scuola è quindi anche un ritratto ideale della Roma di Giulio II. Gli antichi rivivono nei moderni, e i moderni rivendicano di essere i loro eredi. Quanti sono davvero i personaggi? Nell’affresco si contano normalmente circa cinquantotto figure umane, ma non esiste una legenda autografa di Raffaello e non è possibile attribuire un nome a ciascun volto. Soltanto un nucleo limitato è riconoscibile attraverso libri, gesti, strumenti, testimonianze antiche o confronti fisionomici. Molte figure sono discepoli, ascoltatori, giovani, assistenti e interlocutori creati per rendere visibile il movimento della ricerca. Le identificazioni che possono essere considerate certe o molto solide sono Platone, Aristotele, Socrate, Pitagora, Diogene, Eraclito, Euclide, Zoroastro, Tolomeo e Raffaello. Averroè è ampiamente accettato grazie al turbante e alla sua posizione accanto ai filosofi greci. Sono probabili, ma non definitivamente provati, Epicuro, Zenone di Cizio, Parmenide e Plotino. Restano controverse le figure proposte come Alcibiade o Alessandro Magno; Antistene, Senofonte o Eschine; Telauge; Anassimandro, Empedocle, Senocrate, Aristosseno o Boezio; Francesco Maria della Rovere, Fedone, Ipazia o una personificazione della Verità; Apelle e Protogene. Presentare tutti i cinquantotto personaggi con cinquantotto nomi certi significherebbe trasformare ipotesi in fatti. Il modo più corretto di leggere l’opera è riconoscere i protagonisti documentabili e considerare gli altri come membri di gruppi filosofici e scientifici. Il loro anonimato non è una mancanza: permette a Raffaello di rappresentare non soltanto i grandi maestri, ma anche la comunità degli allievi senza i quali nessuna conoscenza potrebbe essere trasmessa. Elenco ragionato delle figure principali e delle identificazioni proposte Figura nell’affresco Identità più accettata Chi era Grado di certezza o alternative Anziano centrale con il Timeo Platone Filosofo ateniese, discepolo di Socrate e fondatore dell’Accademia Certa; tradizionalmente con i tratti di Leonardo da Vinci Uomo centrale con l’Etica Aristotele Filosofo di Stagira, allievo di Platone e fondatore del Liceo Certa; la proposta di un ritratto di Bastiano da Sangallo è discussa Uomo in verde che argomenta sulle dita Socrate Maestro del dialogo filosofico, condannato a morte ad Atene nel 399 a.C. Molto solida Uomo seduto con libro e tavoletta armonica Pitagora Filosofo di Samo, fondatore della comunità pitagorica di Crotone Molto solida Giovane con la tavoletta presso Pitagora Discepolo pitagorico Assistente che mostra i rapporti musicali Talvolta chiamato Telauge Uomo con turbante Averroè Filosofo, medico e giurista andaluso; grande commentatore di Aristotele Ampiamente accettata Vecchio che prende appunti presso Pitagora Sapiente della tradizione matematica o musicale Rappresenta la trasmissione del sapere numerico Boezio, Anassimandro, Empedocle, Senocrate o Aristosseno Lettore presso il gruppo pitagorico Parmenide Filosofo eleatico dell’essere immutabile Probabile; proposti anche Senocrate o Aristosseno Figura coronata di foglie all’estrema sinistra Epicuro Fondatore della scuola del Giardino Probabile; secondo altri, scena di rito orfico Vecchio vicino a Epicuro Zenone di Cizio Fondatore dello stoicismo Probabile; non va confuso con Zenone di Elea Giovane armato davanti a Socrate Alcibiade Politico e generale ateniese legato a Socrate Alternativa: Alessandro Magno Interlocutore barbuto di Socrate Antistene Discepolo di Socrate e precursore del cinismo Alternativa: Senofonte Altro ascoltatore del gruppo socratico Eschine di Sfetto Discepolo di Socrate e autore di dialoghi Alternative: Senofonte o Alcibiade Giovane in bianco che guarda lo spettatore Identità non risolta Figura ideale o ritratto contemporaneo Francesco Maria della Rovere, Fedone, kalokagathia, Verità; l’identificazione con Ipazia è popolare ma debole Uomo solitario che scrive sul blocco Eraclito Filosofo di Efeso, pensatore del logos e degli opposti Molto solida; con i tratti di Michelangelo Uomo sdraiato sui gradini Diogene di Sinope Filosofo cinico, simbolo della libertà dai bisogni e dalle convenzioni Molto solida, pur con rare letture alternative Geometra con il compasso Euclide Matematico alessandrino, autore degli Elementi Molto solida secondo i Musei Vaticani; alternativa: Archimede; volto tradizionalmente di Bramante Quattro giovani intorno al geometra Allievi di geometria Rappresentano l’apprendimento attraverso la dimostrazione Non possiedono nomi individuali documentati Uomo coronato visto di spalle con globo terrestre Claudio Tolomeo Astronomo, matematico e geografo attivo ad Alessandria nel II secolo Molto solida Uomo frontale con globo celeste Zoroastro Profeta dell’antico Iran, considerato nel Rinascimento anche sapiente e astrologo Molto solida nell’iconografia rinascimentale; talvolta associato a Castiglione Giovane con berretto nero all’estrema destra Raffaello Autore dell’affresco, presente in autoritratto Certa, confermata dalla tradizione vasariana Compagno accanto a Raffaello Pittore antico o contemporaneo Possibile allusione a Protogene Identificato alternativamente con Sodoma, Perugino o Timoteo Viti Anziano isolato nella zona destra Plotino Filosofo neoplatonico, autore delle dottrine raccolte nelle Enneadi Probabile, non certa Giovane che manifesta meraviglia Federico II Gonzaga Futuro duca di Mantova, presente a Roma durante il pontificato di Giulio II Vasari attesta il ritratto, ma la precisa figura è discussa Restanti figure dei gruppi superiori e laterali Filosofi, allievi e ascoltatori anonimi Rappresentano scuole, generazioni e modalità differenti della ricerca Non identificabili individualmente con prove attendibili Il significato complessivo La Scuola di Atene non proclama la vittoria di una sola dottrina. Ogni personaggio cerca la verità in modo diverso: Platone attraverso il mondo intelligibile, Aristotele attraverso l’esperienza e l’ordine logico, Socrate mediante il dialogo, Pitagora attraverso il numero, Euclide mediante la dimostrazione, Tolomeo attraverso l’osservazione del cosmo, Diogene mediante la libertà radicale, Eraclito interrogando il divenire. Raffaello trasforma queste differenze in armonia visiva. I gesti non sono casuali: indicare, misurare, scrivere, leggere, ascoltare, domandare e discutere sono le azioni fondamentali della conoscenza. Nessuno possiede da solo l’intero sapere. La verità nasce dal rapporto tra maestri e discepoli, tra intuizione e prova, tra memoria degli antichi e ricerca dei moderni. La presenza di Averroè è particolarmente significativa. In una sala del palazzo pontificio, un filosofo musulmano viene inserito nella catena che ha trasmesso Aristotele all’Europa. Il dipinto non elimina le differenze religiose e culturali, ma riconosce che la storia della conoscenza supera i confini di un solo popolo. Allo stesso modo, l’inclusione di volti rinascimentali afferma che l’antichità non è un mondo morto: continua a vivere negli artisti e negli studiosi del presente. La grandiosa architettura può essere letta come un tempio della ragione, ma è un tempio aperto e incompiuto. Non vi è un altare, né un sovrano sul trono. Al centro si trova un dialogo. È forse questo il messaggio più moderno dell’opera: la sapienza non appartiene a chi comanda, ma a chi ricerca. Conclusione Realizzata da Raffaello tra il 1509 e il 1511 per papa Giulio II, La Scuola di Atene è una sintesi della cultura del Rinascimento maturo. Il dipinto riunisce la filosofia greca, la scienza antica, la mediazione araba e l’autocoscienza dell’artista moderno. Platone e Aristotele ne costituiscono il centro, ma intorno a loro si sviluppa una costellazione di pensatori che rappresentano differenti vie verso la conoscenza. Non tutti i volti possono essere nominati con certezza, e proprio questa incertezza deve essere conservata. Raffaello non compose un catalogo illustrato di filosofi: creò una visione ideale della mente umana. I personaggi anonimi, accanto ai grandi maestri, ricordano che la civiltà non viene costruita soltanto da pochi nomi celebri, ma anche da generazioni di allievi, lettori, traduttori e osservatori. Nel punto più importante dell’affresco non compare un simbolo di potere, ma due uomini che camminano e discutono. Uno alza il dito verso ciò che supera il mondo visibile; l’altro stende la mano verso la realtà concreta. Fra cielo e terra, fra idea ed esperienza, si apre lo spazio della ricerca. È in quello spazio che Raffaello colloca l’essere umano e la sua inesauribile sete di verità.

FONTI E TESTI CONSULTATI

  1. Musei Vaticani, Stanza della Segnatura: https://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/stanze-di-raffaello/stanza-della-segnatura/stanza-della-segnatura.html
  2. Musei Vaticani, Scuola di Atene: https://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/musei/stanze-di-raffaello/stanza-della-segnatura/scuola-di-atene.html
  3. Musei Vaticani, Raffaello. La Scuola di Atene, scheda editoriale con il passo di Giorgio Vasari: https://m.museivaticani.va/content/dam/museivaticani/pdf/eventi_novita/iniziative/novita_editoriali/79_scheda_catalogo_raffaello.pdf
  4. Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Scuola di Atene: il cartone preparatorio: https://www.ambrosiana.it/scopri/capolavori/scuola-di-atene/
  5. Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Raffaello Sanzio: https://www.treccani.it/enciclopedia/raffaello-sanzio/
  6. Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, vita di Raffaello da Urbino, edizioni del 1550 e del 1568.
  7. Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, principale raccolta biografica antica sulle scuole filosofiche greche.