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Bibliotheca historiae et mysteriorum

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EX ARCANIS SAPIENTIA

Fondatore e curatore Domenico Chiaravalloti

STORIA E SAGGIO

Pitagora e il mistero di Crotone

Storia, filosofia e tradizione iniziatica nella Magna Grecia

di Domenico Chiaravalloti ·
Pitagora intento a scrivere, nel dettaglio della Scuola di Atene di Raffaello
Pitagora nella “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio, affresco realizzato tra il 1509 e il 1511 nelle Stanze Vaticane.

Pitagora nacque probabilmente a Samo intorno al 570 a.C. e giunse a Crotone verso il 530 a.C., forse dopo avere viaggiato in Egitto e in Oriente. Questi viaggi sono raccontati soprattutto da fonti tarde e non possono essere considerati interamente documentati. Crotone era allora una delle città più ricche e potenti della Magna Grecia, celebre per i suoi atleti, come Milone di Crotone, per i suoi medici, come Democede e Alcmeone, e per il santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna. In questo ambiente Pitagora fondò una comunità religiosa, filosofica e politica basata sullo studio, sulla disciplina, sul silenzio, sull’amicizia e sulla purificazione dell’anima. Il problema principale è distinguere l’uomo storico dalla leggenda. Pitagora probabilmente non scrisse alcun libro e le sue biografie più complete furono composte molti secoli dopo da Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico. Per questo i racconti sui viaggi, sulle iniziazioni, sui miracoli e sulle conoscenze segrete devono essere confrontati con le testimonianze più antiche.

Pochi uomini dell’antichità hanno lasciato un’impronta tanto profonda quanto Pitagora di Samo e, nello stesso tempo, una biografia così difficile da ricostruire. Il suo nome è universalmente associato a un teorema geometrico, ma il personaggio storico che giunse a Crotone nella seconda metà del VI secolo a.C. fu molto più di un matematico. Fu maestro religioso, riformatore dei costumi, fondatore di una comunità, interprete del destino dell’anima e, almeno secondo le testimonianze posteriori, consigliere politico, legislatore, musico, guaritore e taumaturgo. Intorno alla sua figura si formò una tradizione nella quale filosofia, religione, memoria storica e costruzione leggendaria finirono per sovrapporsi fino a diventare quasi inseparabili. Studiare Pitagora significa quindi affrontare anzitutto un problema di metodo. Pitagora non lasciò, per quanto oggi possiamo stabilire, alcuna opera scritta autentica. Nessun libro sicuramente composto da lui è giunto fino a noi e nessuna fonte contemporanea ci ha tramandato una biografia completa. Le notizie più vicine alla sua epoca sono brevi, frammentarie e talvolta ostili. Le grandi narrazioni della sua vita furono composte molti secoli dopo: Diogene Laerzio probabilmente nel III secolo d.C., Porfirio di Tiro tra il III e il IV secolo e Giamblico di Calcide nel IV secolo. Questi autori conservarono materiali molto più antichi, oggi perduti, ma scrissero quando Pitagora era già diventato il modello del sapiente divino e del maestro capace di condurre l’uomo verso una vita superiore. Ogni loro racconto deve pertanto essere esaminato distinguendo il possibile nucleo storico dalle aggiunte agiografiche. plato.stanford.edu La stessa data di nascita di Pitagora è ricostruita approssimativamente. La maggior parte degli studiosi moderni la colloca intorno al 570 a.C., mentre la morte viene generalmente posta tra il 500 e il 490 a.C. Il luogo di nascita sarebbe stato Samo, importante isola greca situata nell’Egeo orientale, poco distante dalle coste dell’Asia Minore. La tradizione indica come padre Mnesarco, del quale vengono offerte descrizioni differenti: secondo alcuni sarebbe stato un mercante o un incisore di pietre preziose; secondo altre versioni un uomo originario della Fenicia o di Tiro che avrebbe ottenuto la cittadinanza samia. La madre viene chiamata Pitaide e presentata come discendente di Anceo, mitico fondatore di Samo. Giamblico riferisce una leggenda secondo la quale il poeta samio Epicarmo avrebbe celebrato Pitaide come la donna che generò Pitagora da Apollo. L’attribuzione di una paternità divina non può naturalmente essere accolta come informazione biografica, ma dimostra il processo attraverso cui il maestro venne progressivamente sottratto alla condizione ordinaria degli uomini. Persino il nome Pitagora fu interpretato come un segno profetico: Mnesarco avrebbe ricevuto dalla Pizia di Delfi l’annuncio della nascita di un figlio destinato a distinguersi per bellezza e sapienza. Il nome sarebbe stato quindi collegato alla sacerdotessa di Apollo e all’oracolo pitico. Anche questo racconto appartiene alla costruzione sacrale della biografia, non a una documentazione contemporanea. Il giovane Pitagora sarebbe cresciuto in un ambiente aperto ai commerci e ai contatti tra culture differenti. Samo era una delle maggiori potenze marittime del mondo ionico. Nel VI secolo a.C. conobbe una considerevole prosperità economica e artistica, culminata durante il governo di Policrate, tiranno dell’isola approssimativamente dal 538 al 522 a.C. Le attività commerciali della famiglia avrebbero potuto offrire a Pitagora occasioni di viaggio, ma quasi tutti i racconti dettagliati relativi ai suoi spostamenti provengono da fonti tarde. Fra i maestri che la tradizione gli attribuisce compare Ferecide di Siro, pensatore attivo nel VI secolo a.C. e autore di una cosmologia nella quale elementi mitici si univano a una nuova riflessione sulla natura e sull’origine del mondo. Ferecide sarebbe stato uno dei primi Greci a sostenere esplicitamente l’immortalità dell’anima. Porfirio e Giamblico raccontano che Pitagora lo assistette durante la malattia e provvide alla sua sepoltura. La notizia non è certa, ma il collegamento fra i due personaggi è significativo: serviva agli antichi per spiegare una delle dottrine fondamentali del pitagorismo, ossia la sopravvivenza dell’anima e il suo passaggio attraverso esistenze successive. Altri maestri sarebbero stati Talete di Mileto e Anassimandro di Mileto. Talete, tradizionalmente vissuto tra la fine del VII e la prima metà del VI secolo a.C., avrebbe consigliato a Pitagora di recarsi in Egitto; Anassimandro gli avrebbe trasmesso conoscenze astronomiche e cosmologiche. L’incontro con Talete presenta difficoltà cronologiche, soprattutto se si accettano le datazioni più comuni, ma non è impossibile che la tradizione rifletta un contatto di Pitagora con l’ambiente intellettuale della Ionia, nel quale si stavano sviluppando le prime spiegazioni razionali della natura. I viaggi in Egitto e in Babilonia occupano un posto centrale nelle biografie tarde. Pitagora avrebbe trascorso anni presso i sacerdoti egizi, apprendendo geometria, astronomia, rituali di purificazione e dottrine sull’anima. Dopo la conquista dell’Egitto da parte del re persiano Cambise II, avvenuta nel 525 a.C., sarebbe stato condotto prigioniero a Babilonia, dove avrebbe ricevuto insegnamenti dai Magi e dagli specialisti caldei. Altre tradizioni lo fanno viaggiare tra Fenici, Ebrei, Persiani, Arabi, Cretesi e popoli dell’India. Queste notizie devono essere considerate con prudenza. Gli autori antichi tendevano frequentemente ad attribuire ai grandi sapienti greci viaggi nelle terre ritenute depositarie di una sapienza primordiale. L’Egitto e Babilonia possedevano effettivamente conoscenze matematiche e astronomiche molto anteriori a Pitagora, ma ciò non dimostra che egli abbia personalmente frequentato tutti i luoghi indicati dalle biografie. Il problema appare con particolare evidenza nel cosiddetto teorema di Pitagora. La relazione fra i quadrati costruiti sui lati di un triangolo rettangolo era conosciuta, almeno in forma pratica, in Mesopotamia molti secoli prima della nascita del filosofo. La tavoletta babilonese nota come Plimpton 322, risalente al secondo millennio a.C., contiene serie numeriche interpretabili attraverso relazioni fra i lati di triangoli rettangoli. Ciò non autorizza ad attribuire automaticamente ai Babilonesi la stessa dimostrazione generale formulata successivamente dalla geometria greca, ma impedisce di immaginare Pitagora come l’inventore assoluto di una relazione prima sconosciuta. Inoltre, nessuna fonte antica vicina alla sua epoca afferma chiaramente che egli dimostrò il teorema che oggi porta il suo nome. L’attribuzione compare nella tradizione successiva e potrebbe riferirsi alla scuola pitagorica più che al maestro. Il viaggio in Egitto rimane possibile, ma non dimostrabile nei particolari. Samo intratteneva rapporti commerciali con il regno dei faraoni e mercanti greci erano stabilmente presenti a Naucrati, nel delta del Nilo. Policrate mantenne relazioni diplomatiche con il faraone Amasi II prima di avvicinarsi alla Persia. Pitagora avrebbe dunque potuto raggiungere l’Egitto attraverso reti di viaggio realmente esistenti. Diverso è accettare senza verifica tutti i racconti sulle sue iniziazioni nei templi, sui geroglifici appresi, sui sacerdoti frequentati e sulle dottrine segrete ricevute. Queste narrazioni rispondono anche al desiderio, sviluppatosi soprattutto in età ellenistica e tardoantica, di fare derivare la filosofia greca da una sapienza più antica e sacra. Pitagora avrebbe infine abbandonato Samo intorno ai quarant’anni. Aristosseno di Taranto, autore del IV secolo a.C. le cui opere sono conservate soltanto in frammenti, attribuiva la partenza all’avversione del filosofo per la tirannide di Policrate. Se Pitagora nacque intorno al 570 a.C. e giunse nell’Italia meridionale intorno al 530 a.C., la ricostruzione appare cronologicamente plausibile. Carl A. Huffman osserva che proprio Crotone, più di Samo, fu il luogo nel quale si svolse la parte decisiva della sua attività e nel quale egli raccolse attorno a sé un numero considerevole di seguaci. plato.stanford.edu Non conosciamo con certezza le ragioni per le quali Pitagora scelse Crotone. La decisione non fu tuttavia casuale. La città, chiamata Kroton dai Greci, era una delle più importanti colonie della Magna Grecia. Secondo la tradizione fu fondata verso la fine dell’VIII secolo a.C., generalmente intorno al 710 a.C., da coloni achei guidati da Miscello di Ripe. Anche la sua fondazione venne collegata all’oracolo di Delfi. Miscello avrebbe inizialmente preferito il territorio di Sibari, ma Apollo gli avrebbe imposto di rispettare la destinazione indicata dall’oracolo e di fondare la nuova città presso il fiume Esaro. La posizione di Crotone era strategica. Affacciata sul mar Ionio, disponeva di terre fertili e di collegamenti con le rotte mediterranee. La città sviluppò una forte identità aristocratica e militare, ma divenne famosa soprattutto per i suoi atleti e per i suoi medici. Strabone, vissuto tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., ricordava attraverso un’espressione proverbiale che l’ultimo dei Crotoniati valeva quanto il primo degli altri Greci. L’iperbole rifletteva la fama della città nelle competizioni panelleniche. Il più celebre dei suoi atleti fu Milone di Crotone, vincitore più volte nei giochi olimpici e pitici. La cronologia tradizionale colloca le sue vittorie tra la seconda metà del VI e l’inizio del V secolo a.C., rendendolo contemporaneo di Pitagora. Milone entrò stabilmente nella leggenda pitagorica: sarebbe diventato discepolo del maestro, ne avrebbe sposato la figlia Myia e avrebbe ospitato nella propria casa le riunioni della comunità. Durante la guerra contro Sibari avrebbe guidato l’esercito crotoniate indossando le corone olimpiche e una pelle di leone, come una nuova incarnazione di Eracle. Alcuni particolari appartengono certamente alla celebrazione eroica del personaggio, ma l’intreccio fra prestigio atletico, potere aristocratico e comunità pitagorica è storicamente verosimile. Crotone possedeva inoltre una rinomata tradizione medica. Democede di Crotone, figlio del medico Callifonte, raggiunse una fama tale da esercitare la propria arte a Egina, Atene, Samo e infine presso la corte del re persiano Dario I. Erodoto racconta che Democede guarì Dario da una grave distorsione alla caviglia e curò la regina Atossa. La narrazione presenta elementi letterari, ma testimonia il prestigio raggiunto dalla medicina crotoniate. Nello stesso ambiente si colloca Alcmeone di Crotone, medico e filosofo attivo tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C., noto per le sue riflessioni sul corpo, sulla salute, sui sensi e sul cervello. Aristotele lo avvicinò ai pitagorici senza però identificarlo chiaramente come discepolo diretto di Pitagora. Anche in questo caso è necessario evitare di attribuire automaticamente al maestro tutto ciò che nacque nell’ambiente culturale della città. Alle spalle della potenza urbana si estendeva infine l’orizzonte sacro di Hera Lacinia. Sul promontorio oggi chiamato Capo Colonna sorgeva uno dei più importanti santuari della Magna Grecia, dedicato alla dea protettrice del matrimonio, della comunità e dell’ordine. Il santuario era celebre per la ricchezza delle offerte, per il bosco sacro e per le tradizioni mitiche connesse al passaggio di Eracle. La colonna dorica superstite, benché appartenente a una fase monumentale successiva all’arrivo di Pitagora, rimane il simbolo visibile di un paesaggio religioso nel quale il filosofo e la sua comunità svilupparono la propria esperienza. Le ricerche archeologiche confermano l’importanza del complesso sacro, ma non dimostrano un rapporto diretto e documentabile tra Pitagora e il tempio. Anche qui il fascino della possibilità deve essere mantenuto distinto dalla forza della prova. hal.science Fu dunque in una Crotone ricca, competitiva, religiosa, aristocratica e culturalmente vivace che Pitagora fece il proprio ingresso intorno al 530 a.C. Non giunse in una terra marginale, ma in una delle città più potenti dell’Occidente greco. Crotone offriva ciò che Samo non poteva più garantirgli: uno spazio politico nel quale un insegnamento religioso e morale poteva trasformarsi in una comunità organizzata. Da quel momento la biografia del sapiente e la storia della città divennero inseparabili. Pitagora avrebbe potuto essere ricordato come uno dei numerosi sapienti itineranti dell’età arcaica; Crotone lo trasformò nel fondatore di una tradizione destinata ad attraversare i secoli.